Istat: più lavoro, ma solo per i “vecchi”. Disoccupazione trappola per 2 anni

di Redazione Blitz
Pubblicato il 20 Maggio 2015 12:28 | Ultimo aggiornamento: 20 Maggio 2015 12:28
Istat: più lavoro, ma solo per i "vecchi". Disoccupazione trappola per 2 anni

Istat: più lavoro, ma solo per i “vecchi”. Disoccupazione trappola per 2 anni

ROMA – Il numero che dà speranza è quel +0.3% di Pil che lascia finalmente vedere la fine della crisi. Ma il rapporto Istat 2015 affresca un Paese complesso in cui i segnali di ripresa sono ancora parziali, contraddittori e soprattutto non ben distribuiti sul territorio. C’è la disoccupazione, che l’Istituto definisce una trappola: chi perde il lavoro, in media, ci mette due anni a trovarne uno nuovo. E di posti di lavoro ce ne sono al nord mentre la situazione dell’occupazione continua a peggiorare al sud.

C’è poi un dato particolare relativo alle donne: sono 2,4 milioni le famiglie in cui ad avere un reddito è soltanto la donna. Un dato in lento e costante aumento visto che nel 2014 erano poco più di 2 milioni e 350mila le famiglie in questa condizione.

Dal punto di vista sociale Istat rileva come in questi anni siano diminuiti gli omicidi mentre siano aumentati i reati come furti e rapine. In costante aumento un altro fenomeno preoccupante: quello della fuga dei cervelli.

Occupazione migliora per over 55.  L’occupazione è tornata a crescere nel 2014 per i lavoratori ”più anziani”, con 320 mila occupati in più over55 (in aumento dell’8,9%) mentre continua a calare per i più giovani che vedono una contrazione di 46 mila posti (-4,7%) per gli under25 e di 148 mila posti per gli under35 (-2,9%).

Disoccupazione dura in media 2 anni. La crisi ha trasformato la disoccupazione in una ‘trappola’ da cui è difficile uscire: in Italia, dati aggiornati al 2014, chi è “alla ricerca di un’occupazione lo è in media da 24,6 mesi”, cioè da oltre due anni, e “da 34 mesi se ricerca il primo impiego”.

A confronto con l’anno precedente, infatti, la durata media della disoccupazione è aumentata di 2,3 mesi (quasi tre mesi per chi cerca la prima occupazione). Tanto che, sottolinea sempre l’Istat nel Rapporto annuale, l’incidenza dei disoccupati di lunga durata sul totale supera il 60%. Insomma trovare un posto appare impresa di non poco conto, ecco che in tanti ci rinunciano, almeno stando ai dati sul 2014, con l’Istat che conta oltre due milioni di scoraggiati tra il totale degli inattivi (15-64anni).

Uno su 10 lavora in nero. In Italia risulta irregolare più di un occupato su dieci. Istat nel rapporto annuale spiega come il tasso, frutto di una nuova metodologia, si aggiri intorno al 12,6% per il 2012. Guardando alla media relativa al triennio 2010-2012, l’Istituto stima 2,3 milioni di irregolari. In occasione della revisione dei conti nazionali che ha accompagnato l’introduzione del nuovo Sistema europeo dei conti, l’Istat ha infatti adottato una nuova metodologia di stima della componente non regolare dell’input di lavoro. Il sistema, spiega sull’utilizzo, si basa sull’utilizzo dei microdati della Rilevazione sulle forze di lavoro integrati con le informazioni contenute negli archivi amministrativi che tracciano l’occupazione regolare. A fronte di un’incidenza media del 12,6%, per l’Istat “appaiono consistenti le differenze settoriali: l’irregolarità ha, infatti, un’incidenza del 21,9% sugli occupati in agricoltura, del 6,6% nell’industria in senso stretto, del 14,7% nelle costruzioni e del 13,3% nei servizi, con punte in quest’ultimo comparto che toccano il 16,3% nel settore degli alberghi e dei pubblici esercizi e un valore particolarmente elevato nel comparto del lavoro domestico (54,6%)”

In 12 famiglie su 100 lavora solo la donna. La quota di famiglie in cui la donna è l’unica ad essere occupata “continua ad aumentare”. Lo rileva l’Istat nel rapporto annuale. Nel 2014 la percentuale ha raggiunto il 12,9%, pari a 2 milioni 428 mila nuclei. Ci si fermava al 12,5% nel 2013 (2 milioni 358 mila). Nel 2008 erano invece solo il 9,6% (1 milione 731 mila).

Precari “stabili”: 500 mila fanno lo stesso lavoro da 5 anni. Oltre mezzo milione di precari, l’Istat li definisce “atipici”, svolge lo stesso lavoro da almeno cinque anni. E’ quanto emerge dal rapporto dell’Istituto di statistica che conta nel 2014 circa 524 mila persone in questa condizione di ‘stallo’, tra contratti a tempo determinato e collaborazioni.

Licenziamenti: uno su 5 dovuto al costo del lavoro. L’eccessivo costo del lavoro è tra le motivazioni alla base della decisione di licenziare per oltre un’impresa su cinque e in particolare per il 26,6% delle aziende manifatturiere e il 19% di quelle dei servizi. Gli altri motivi sono i giudizi attesi sugli ordini (che risulta la prima ragione in assoluto), i progetti di sviluppo aziendale, i profitti attesi e il ricambio delle competenze.

Una famiglia su 10 rinuncia a cure mediche. Soprattutto al sud. Troppe differenze regionali nella sanita’: complessivamente arriva a 9,5% la quota di persone costrette a rinunciare ad una prestazione sanitaria, percentuale che scende al 6,2% nel Nord-ovest e sale al 13,2% nel Mezzogiorno. E’ quanto si afferma nel rapporto annuale Istat per il 2015. ”Il grado di soddisfazione espresso dai cittadini per il Ssn, soprattutto per quanto riguarda l’accessibilità ai servizi, è più basso fra i residenti del Mezzogiorno, ad eccezione di alcune realtà della Puglia e della Sardegna, a conferma di una variabilità intra-regionale già evidenziata in precedenza”.

Questi squilibri, secondo l’Istat, possono essere alla base del deficit finanziario delle Regioni e della difficoltà delle stesse a garantire i livelli essenziali di assistenza, previsti dal titolo V della Costituzione e dal decreto legislativo sul federalismo fiscale. Un’altra componente dell’equità è l’accessibilità alle cure, valutata con la quota di persone che hanno rinunciato a una prestazione di cui aveva bisogno, un aspetto particolarmente critico nel Mezzogiorno ma anche in alcune aree del Centro-nord.

 

Italia: siamo 61 milioni, con 5 milioni di stranieri. A gennaio 2015 i residenti in Italia ammontano a poco meno di 61 milioni, dei quali oltre cinque milioni (8,3%) sono cittadini stranieri. Romeni, albanesi, marocchini e cinesi sono le quattro comunità più diffuse in Italia. Un nato ogni cinque ha almeno un genitore straniero, uno su quattro nelle città del centro-nord. Nel 2013 sono stati celebrati oltre 26 mila matrimoni con almeno uno degli sposi straniero (il 13% del totale contro il 4,8% del 1995). Più della metà degli stranieri si trova bene in Italia e più di un terzo molto bene, anche se con marcate differenze territoriali.

La comunità che si trova meglio è quella dei filippini, in misura lievemente minore quella degli ucraini e dei romeni, mentre sono i cinesi a dichiarare di trovarsi peggio in Italia. Sono oltre il 60% gli stranieri che sostengono di parlare e comprendere l’italiano molto bene, ma ha difficoltà a scrivere e leggere rispettivamente il 58,4 e il 49,8% di essi. Il 60% degli stranieri parla in italiano con gli amici e il 38,5% in famiglia. Più di otto cittadini stranieri su dieci hanno nella propria rete di relazioni sociali persone cui potersi rivolgere in Italia: il 61,9% ha una rete di soli connazionali, il 15,5% di soli italiani, il 20% ha una rete mista. Tra i bambini stranieri (6-13 anni), tra i quali è forte la presenza di seconde generazioni, il 69,1% ha il migliore amico di nazionalità italiana.

Criminalità: meno omicidi, più furti e rapine. In cinque anni, dal 2009 al 2013, in Italia c’è stato un calo del 14,3% degli omicidi volontari e un aumento del 18% dei furti e del 22% di rapine. Lo rileva l’Istat nel Rapporto annuale 2015. Nel 2013 sono stati commessi 502 omicidi volontari. Valori superiori alla media nazionale (0,83 per 100 mila abitanti) si riscontrano in Calabria (2,44 omicidi per 100 mila abitanti); inferiori in Valle d’Aosta, dove non si sono verificati omicidi, e in Veneto (0,24). Le donne sono oltre un terzo delle vittime di omicidio volontario e, nel 42,5% dei casi, a ucciderle è il partner o l’ex partner. Nel 2013 sono stati denunciati circa un milione e mezzo di furti e 44 mila rapine. Per entrambi si registra un aumento rilevante (18 e 22% rispettivamente nel quinquennio 2009-2013). Tra i furti aumentano del 67% quelli in abitazione.

Nei grandi comuni i furti in abitazione crescono del 164% a Verona, del 136% a Bologna, del 126% a Bari, mentre gli aumenti minori si registrano a Napoli e Venezia. Aumentano del 45% i furti con destrezza, del 34% gli scippi, del 18% quelli negli esercizi commerciali. A Bologna, Milano, Venezia e Torino, seguite da Firenze, Roma e Genova, sono stati denunciati in misura maggiore i borseggi, mentre a Napoli, Catania e Bari gli scippi. Al contrario, risultano in diminuzione i furti di veicoli, in particolare dei ciclomotori (-37%). Napoli ha il tasso più alto di rapine in strada (300 per 100 mila abitanti), che è circa il doppio rispetto a quelli di Milano, Torino e Catania (circa 150 rapine in strada ogni 100 mila abitanti). Tra le rapine risultano in fortissimo aumento quelle nelle abitazioni (+85%). Gli aumenti più consistenti si osservano a Bologna (+200%), Bari (+167%), Milano (+165%) e Palermo (+124). Nel 2013 l’incidenza più elevata si registra a Milano, seguono Palermo, Bari e Torino.

Sempre più cervelli in fuga. La ‘fuga dei cervelli’, l’Istat usa la formula ‘mobilità intellettuale’, rappresenta un fenomeno in crescita. “Tre mila dottori di ricerca del 2008 e 2010 (il 12,9%) vivono abitualmente all’estero” spiega l’Istat nel rapporto annuale, sottolineando: “La mobilità verso l’estero è superiore di quasi sei punti a quella della precedente indagine (7% dei dottori di ricerca delle coorti 2004 e 2006)”. Guardando alle specializzazioni, la spinta ad andare fuori confine risulta più forte per fisici, matematici e informatici.

Emergenza sud, serve politica. Il Mezzogiorno è da molti anni assente dalle priorità di policy. La dimensione del problema è tale che, se non si recupera il Mezzogiorno alla dimensioni di crescita e di sviluppo su cui si sta avviando il resto del Paese, sviluppo e crescita non potranno che essere penalizzati rispetto agli altri Paesi”. Lo afferma il presidente dell’Istat, Giorgio Alleva.