Italia senza prospettive, raccontata, dagli italiani, sul New York Times: “Preferiscono conservare che innovare”

Pubblicato il 5 agosto 2010 11:23 | Ultimo aggiornamento: 5 agosto 2010 11:23

Il New York Times dedica un’inchiesta alla situazione economica italiana che deve far riflettere, soprattutto perché a parlare non sono economisti e imprenditori stranieri, estranei alle nostre dinamiche, ma italiani, come l’imprenditore tessile Luciano Barbera,  gli economisti Carlo Altomonte e Francesco Giavazzi, docenti di economia presso l’Università Bocconi di Milano, e  Santo Versace, imprenditore e politico italiano, che insieme col deputato leghista Marco Reguzzoni ha scritto la legge che disciplina le etichettature del “Made in Italy” ed introduce la tracciabilità delle produzioni tessili.

Secondo il New York Times l’Italia è nella lista delle “Nazioni che preoccupano l’Europa”, e sebbene la situazione economica non sia precaria quanto quella di Grecia, Portogallo ed Irlanda, da una ricerca del gruppo bancario UniCredit il nostro paese è descritto come “il più grande dei paesi vulnerabili, ed il più vulnerabile dei grandi”. La banca fa notare che l’economia italiana è la settima più grande al mondo, ed i debiti del nostro paese non sono verso creditori esteri, come nel caso della Grecia, ma nei confronti dei suoi stessi cittadini.

Il professore Carlo Altomonte ha affermato che “il problema dell’Italia non è l’avere molti debiti. E’ l’assenza di crescita” e questo perché “non esiste un senso di economia di mercato nel paese e ciò che puoi vedere qui è un’incredibile paura della competizione”.  Ed è la paura della competizione che porta alla situazione di stasi economica, ma non solo.  Se gli imprenditori che portano avanti il nome del “Made in Italy” scelgono di spostare la produzione in paesi come la Cina o la Bulgaria, si perde non solo la definizione di “Made in Italy” in sé, ma si abbattono i costi di produzione a scapito della possibilità di lavoro e di crescita interna del paese.

Nella nuova legge sul “Made in Italy”, redatta da Reguzzoni e Versace, si afferma che l’etichetta è valida “esclusivamente per prodotti finiti per i quali le fasi di lavorazione hanno avuto luogo prevalentemente nel territorio nazionale e, in particolare, se almeno due delle fasi di lavorazione per ciascun settore sono state eseguite nel territorio medesimo, e se per le rimanenti fasi è verificabile la tracciabilità”.

Secondo Luciano Barbera queste modifiche alla legge costituiscono “una truffa” e proclama il suo impegno affinché tutti capiscano che “siamo un paese che sta distruggendo se stesso nell’intento di preferire gli interessi di poche persone, che sono sfortunatamente membri delle più potenti caste di questo paese”.

Barbera ha poi precisato che ciò che critica è la legge, non le persone che hanno acquistato la sua impresa, riferendosi a Santo Versace, il cui marchio ha acquistato una piccola parte dell’impresa familiare dei Barbera.

Le problematiche delle dinamiche economiche italiane non si limitano ai grandi marchi del “Made in Italy”,  ma interessano anche la struttura dei sindacati e delle associazioni di categoria che rappresentano ogni tipologia di lavoro e lavoratore, anche le baby-sitter.

“Lo stile prevalente di management è basato sulla fedeltà, non sul risultato” afferma l’economista Tito Boeri e questa visione è confermata dalle parole di Giavazzi:  “Questo è un paese con molte rendite. Se hai bisogno di un notaio, paghi 1.000 euro prima di aver aperto bocca. Se sei un notaio pubblico in questo paese vivi come un re”.

Il futuro che si prospetta per l’Italia è, secondo Giavazzi, più simile a quello dell’Argentina che non alla crisi che oggi interessa la Grecia. Infatti “prima della seconda guerra mondiale l’Argentina era un paese ricco. Nel 1960 la ricchezza [dell’Argentina] era doppia rispetto all’Italia”, mentre oggi l’economia argentina è paragonabile a quella della Romania, “perché non c’è stata crescita”, sostiene Giavazzi. “Un paese nel 1900 poteva essere ricco producendo grano e carne, ma questo non è vero oggi. Ma loro hanno impiegato 100 anni per capire di essere diventati poveri. Ed è questo che mi preoccupa per l’Italia. Non cominceremo a soffrire nelle prossime settimane. Stiamo andando incontro ad un lento declino, e non sono sicuro che riusciremo a tornare indietro”.

“In Italia la prima generazione costruisce, la seconda mantiene e la terza distrugge”, sostiene Barbera, “mio padre ed io abbiamo lavorato insieme, quindi suppongo che noi fummo la prima generazione. I miei figli sono la seconda, quindi al peggio manterranno ciò che abbiamo costruito”.

La conclusione del quotidiano americano è amara e agghiacciante: “La situazione dell’Italia descritta dagli stessi italiani non è rosea, ma un duro ritratto di una situazione di profonda stasi economica, attribuita ad una classe economica e ad un sistema politico dove si vuole conservare ciò che si ha, a scapito dell’innovazione e del cambiamento che sarebbero necessari per scuotere settori dominati dalle corporazioni e che non sono più in grado di offrire al paese uno stimolo economico di crescita, e quindi di speranza per il futuro”.

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