“Italiani, acquistiamo tutti Btp”. Per la Patria, o per le banche?

di Warsamé Dini Casali
Pubblicato il 8 Novembre 2011 11:45 | Ultimo aggiornamento: 8 Novembre 2011 12:16

ROMA – “Sono andato in banca e ho acquistato 20 mila euro di Btp a 10 anni al 4,75%”. Giuliano Melani ha mantenuto la promessa e dato il buon esempio, dopo che venerdì scorso aveva acquistato una pagina del Corriere della Sera per esortare gli italiani a ricomprarsi il debito nazionale attraverso una sottoscrizione in massa dei titoli Stato. Lo hanno seguito con entusiasmo Italo Bocchino, il parlamentare di Futuro e Libertà e l’ex presidente del Senato Franco Marini, che hanno investito 20 mila euro. Giorgio Stracquadanio, ex falco Pdl in pausa di riflessione, ha voluto esagerare, con 40 mila euro. Tanti sono i sottoscrittori tra i deputati, al punto che il leghista Divina ha proposto che per i prossimi 5 anni l’indennità parlamentare venga liquidata in titoli di Stato.

La corsa all’acquisto di obbligazioni di stato ha trovato l’adesione incondizionata dei banchieri: Corrado Passera di Intesa Sanpaolo, Antonio Vigni di Mps e Federico Ghizzoni di Unicredit sono pronti a indire un Btp- day. Un giorno dedicato all’acquisto dei titoli in cui gli istituti di credito rinunciano ad applicare le commissioni bancarie. Benedice l’operazione (lanciata dal Corriere) il presidente dell’Antitrust Catricalà: la decisione coordinata delle banche rappresenta un cartello, ma se è a beneficio del consumatore può non essere sanzionato.

Bene, bravi, bis? Diceva Andreotti che a pensare male si fa peccato ma spesso ci si azzecca. Non è che tutto questo sfoggio di patriottismo serva a nascondere interessi più pedestri? Prendiamo le banche: negli ultimi due anni hanno fatto incetta di titoli, attualmente detengono il 12,6% del totale dei 1600 miliardi in titoli pubblici. Le acque agitate e i livelli di guardia raggiunti dai rendimenti (salgono gli interessi, corre lo spread con il bund) consigliano alle banche di alleggerire la loro esposizione al debito sovrano nazionale. Spostandola sulle famiglie, il cui contributo all’acquisto di titoli è rimasto costante negli ultimi due anni. Quale sarebbe il vantaggio ad accollarsi maggiori rischi? Certo, la tenuta delle banche è una garanzia per tutti, dal momento che un crollo di sistema non risparmierebbe nessuno, famiglie e imprese in primis.

Però, di qui a definire patriottico scaricare sui risparmiatori i titoli invenduti, alla vigilia di nuove emissioni (300 miliardi di qui alla fine del 2012) ce ne vuole. E anche la volenterosa campagna degli imprenditori del nord-est, vista da un’ottica meno compiacente, non appare del tutto disinteressata. Patriottismo vorrebbe che si agisse davvero per rimuovere i reali motivi per cui l’Italia viene percepita dagli investitori, in primis dalle famiglie italiane, come un debitore rischioso. Di cui non sono responsabili le famigerate Spectre della speculazione internazionale ma un rapporto debito/Pil al 120%, una pressione fiscale che sfiora il 50%, l’assenza di una leadership capace di invertire la tendenza, il rinvio sine die di qualsiasi misura per sostenere la crescita. Malignando, come fa Vittorio Malagutti sul Fatto Quotidiano, vien da pensare che “i tanti padroncini di Verona, Padova e Treviso, un’area dove si concentra buona parte dell’evasione fiscale del Paese, non cerchino di esorcizzare lo spettro delle tasse.” O l’incubo di una patrimoniale.