Iva dal 21 al 22%, un “suicidio”? Con l’aumento giù consumi e Pil

Pubblicato il 21 Maggio 2013 12:30 | Ultimo aggiornamento: 22 Maggio 2013 13:04
Iva dal 21 al 22%, un "suicidio"? Con l'aumento giù consumi e Pil

Iva dal 21 al 22%, un “suicidio”? Con l’aumento giù consumi e Pil

ROMA – Iva dal 21 al 22%, un “suicidio”? Con l’aumento giù consumi e Pil. La lista delle priorità economiche rischia di non chiudersi mai: al fronte aperto dell’Imu 2013, si aggiunge la necessità di scongiurare l’aumento dell’aliquota Iva dal 21 al 22%, e poi i bonus fiscali sulle ristrutturazioni che scadono, l’alleggerimento delle tasse sul lavoro ecc…

L’aumento Iva è previsto; se il governo Letta non si muove scatta automatico il 1° luglio. Se non si trovane le adeguate coperture finanziarie per neutralizzarlo (due miliardi) ogni famiglia dovra affrontare maggiori spese: le previsioni più pessimistiche indicano un costo annuale di 340 euro per una famiglia di 4 persone (e 200 euro in più per i single) mentre Cgia di Mestre, Confcommercio e associazioni consumatori valutano l’impatto tra i 100 e i 200 euro.

Ma l’impoverimento del portafogli porta a una drammatica contrazione dei consumi quale primo effetto. Franco Bechis su Libero Quotidiano di oggi sottolinea il carattere autolesionistico del provvedimento (anche il Giornale di oggi ne parla, mentre un altro titolo di Libero recita: “Alzare l’Iva al 22%: un suicidio”). Citando un precedente vicinissimo: l’ultimo scatto del’Iva di un governo Berlusconi messo alle corde dalla crisi del debito e dai diktat europei.

Con l’aumento dal 20 al 21% del settembre 2011, la Ragioneria dello Stato stimava un gettito  con incassi maggiori per 4 miliardi. L’anno precedente la raccolta Iva sugli scambi interni era stata di 100 miliardi e 387 milioni. L’anno successivo il gettito ammontava a 99 miliardi e 337 milioni. Risultato: invece di 4 miliardi in più all’Erario, un miliardo di meno. Una caduta di gettito che oggi è raddoppiata a 2 miliardi e che continua irreversibile.

L’obiezione secondo cui il minor incasso sarebbe la logica conseguenza della recessione non è fondata secondo Bechis. Basta guardare all’andamento dell’inflazione. Una prima fiammata dei prezzi subito dopo l’aumento dell’aliquota (+0,6%), è stata immediatamente raffreddata dal calo del mese successivo dell’inflazione che, progressivamente è continuata a scendere.

Questo può voler dire una sola cosa: le famiglie hanno rinunciato a comprare, blindando il budget familiare e deprimendo i consumi. Negli Stati Uniti, ne parlava il Washington Post una settimana fa, una piccola diminuzione del prezzo dei carburanti ha immediatamente consentito alle famiglie americane maggiori spese e consumi (dalle auto ai vestiti, dall’elettronica agli elettrodomestici).

L’ultimo aumento, prevede Bechis, comporterà un ulteriore diminuzione del gettito di circa mezzo miliardo che va a incidere negativamente sul rapporto deficit/Pil, proprio il quello che si intende rispettare. Bisogna agire sul denominatore stanco, il Pil, è la tesi di Bechis, il quale provoca con la controproposta di diminuire, invece, l’aliquota Iva di un punto, portandola a prima del settembre 2011.

La Confesercenti stima che invece di un aumento di 3 miliardi che il governo si aspetta, il gettito diminuirà di 300 milioni. Provoca, in questo senso, anche il Pd Baretta, che vorrebbe selezionare gli aumento in funzione di bei e servizi: provocazione perché i regolamenti europei non lo consentono. Provocazione per mirare l’attenzione su una tassa che non è progressiva e che si scarica di più sulle famiglie meno abbienti.

Del resto, l’aumento dell’Iva si abbatte direttamente sui consumatori che già stanno prendendo le contromisure: l’incremento dell’Iva sulle sigarette, per esempio, farà aumentare il costo del pacchetto di almeno 20 centesimi, “con una ulteriore diminuzione del gettito dell’imposta sul fumo, già in rosso nei primi tre mesi del 2013, di 173 milioni di euro” (Il Sole 24 Ore, 21 maggio).