Iva come l’Imu: rinviare di tre mesi l’aumento per rimodulare la tassa

di Redazione Blitz
Pubblicato il 20 Giugno 2013 14:50 | Ultimo aggiornamento: 20 Giugno 2013 14:51
Flavio Zanonato, ministro dello Sviluppo Economico (LaPresse)

Flavio Zanonato, ministro dello Sviluppo Economico (LaPresse)

ROMA – La soluzione del problema Iva? Vedi l’Imu: un rinvio. Di tre mesi. Sarebbe questa l’ultima idea del governo per venire fuori dal pasticcio dell’aumento dell’imposta sui consumi, che è già una voce attiva nel bilancio dello Stato.

C’è più di una valida ragione a sostegno del rinvio. Costerebbe circa un miliardo di euro, ma darebbe respiro al settore del turismo, che molto si gioca nei prossimi tre mesi, e darebbe al governo il tempo di mettere mano all’impianto dell’Iva, che presenta molte incongruenze e malfunzionamenti.

Mario Sensini sul Corriere della Sera spiega perché l’Iva, come l’Imu, è una tassa tutta da rivedere:

“L’evasione dell’imposta, ad esempio, resta a livelli a dir poco inquietanti. Solo per il 2011 la Corte dei conti ha stimato un evasione Iva di ben 46 miliardi di euro, con una sottrazione di base imponibile di 250 miliardi, pari al 27% di quello che sarebbe l’imponibile potenziale. Un euro ogni quattro dell’Iva dovuta all’erario, insomma, sparisce grazie alla mancata emissione delle fatture, alle compensazioni fraudolente, al mancato pagamento dell’imposta dichiarata.

Tutti fenomeni favoriti dall’estrema complessità dei meccanismi di funzionamento dell’imposta, che fa lunghissimi giri dal momento della sua maturazione fino a quello dell’incasso da parte dell’erario. Un percorso che spesso s’interrompe, con la sparizione del dovuto. Tanto che la Corte dei conti, ha proposto ieri in Parlamento una misura assolutamente drastica: fare in modo che la pubblica amministrazione riversi all’erario l’Iva che deve pagare sulle fatture per l’acquisto di beni e servizi. Direttamente all’erario, senza pagarla al fornitore. Proprio per evitare che quell’Iva finisca per perdersi nei meandri dell’evasione, che ha spinto la pressione fiscale effettiva in Italia, secondo la magistratura contabile, al 53%.

Qualche mese di tempo in più permetterebbe poi al governo di rivedere tutti i regimi di esenzione dell’Iva, che sono innumerevoli, ma anche di rimodulare le aliquote per alcuni beni e servizi. I tassi di prelievo sono tre, 4, 10 e 21%, ed in alcuni casi per lo stesso bene differiscono in funzione degli ingredienti, dell’impacchettamento o della distribuzione (basterebbe solo parlare del pane, che dal fornaio costa il 4%, ma se c’è più del 2% di zucchero o si prende al supermercato costa il 10%, ma torna al 4% se invece dello zucchero c’è il saccarosio, che è la stessa cosa). Sarebbe un’operazione di riordino e razionalizzazione, non esplicitamente mirata a fare cassa. Per tirar fuori risorse vere bisognerebbe operare variazioni delle aliquote non immaginabili, come l’aumento dell’Iva su bar, ristoranti ed alberghi, che oggi è al 10%”.