Jobs act: indennizzi più alti per le imprese grandi, allo studio 3 scaglioni

di Redazione Blitz
Pubblicato il 23 Dicembre 2014 9:08 | Ultimo aggiornamento: 23 Dicembre 2014 9:08
Jobs act: indennizzi più alti per le imprese grandi, allo studio 3 scaglioni

Jobs act: indennizzi più alti per le imprese grandi, allo studio 3 scaglioni

ROMA –  Jobs act: indennizzi più alti per le imprese grandi. Allo studio tre scaglioni. Decreti attuativi del Jobs act in dirittura d’arrivo: si stringe sugli indennizzi per i licenziamenti illegittimi e si lavora sulla revisione dell’Aspi.

Sul tavolo del Consiglio dei ministri alla vigilia di Natale ci sarà il decreto delegato sul contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti e potrebbe esserci anche quello sulla riforma dell’Aspi, con l’estensione della platea ai collaboratori e della durata del sussidio di disoccupazione (anche se su quest’ultimo punto i tempi potrebbero non essere così stretti perché va risolta la questione delle risorse necessarie per la copertura), con l’ipotesi di allungarla fino a 24 mesi.

Riforma Aspi (sussidio disoccupazione). Per il 2015, sulla base della riforma Fornero, l’Aspi varierà da 10 a 16 mesi, mentre mobilità e cig in deroga (a carico della fiscalità generale) scompariranno dopo il 2016: si potrebbe, sempre sulla base di una ipotesi, farli esaurire prima e contestualmente spostare quelle risorse per far partire l’allungamento della durata del sussidio di disoccupazione.

Non è comunque escluso che mercoledì 24 dicembre possa essere presentato un primo schema del decreto sulla riforma dell’Aspi e la norma venga poi definita nei dettagli dopo le feste o che, comunque, l’aumento della durata per i lavoratori con carriere contributive più rilevanti possa essere graduale.

Indennizzi. Sui testi il lavoro è ancora in corso e le limature è possibile che andranno avanti fino all’ultimo, ma il cerchio si sta chiudendo sugli indennizzi. Sulla loro entità nei casi di licenziamenti economici e disciplinari illegittimi nelle imprese con oltre 15 dipendenti, al momento, la strada più probabile è che, nel range 3-6 mesi di retribuzione già individuato per fissare l’asticella minima, si indichi quale punto di caduta quello dei 4 mesi.

Una soglia minima che sarà valida nella prima fase del rapporto di lavoro (dal 2015 partiranno gli sgravi triennali per le nuove assunzioni stabili) per evitare che le imprese possano trarre benefici dalle assunzioni e dai licenziamenti ‘precoci’, ma che però non è ancora detto se lo sarà solo per il primo anno o per un periodo più lungo nei tre anni.

Invece, poiché l’indennizzo sarà crescente in relazione all’anzianità di servizio, questo aumenterà di una mensilità e mezzo o due per ogni anno di lavoro, fino ad un massimo di 24 mensilità. Anche se al riguardo ci sono richieste perché anche il tetto massimo venga innalzato (la Cisl chiede che salga proporzionalmente alla base di partenza e indica rispettivamente 6-30 mesi).

Opting out (scegliere l’indennizzo invece del reintegro) anche per il datore. Nella riforma Fornero attualmente è 12-24 mesi. Resta da definire anche la questione dell’opting out, la possibilità cioè per il datore di lavoro, a fronte del reintegro per il licenziamento disciplinare ingiustificato, di scegliere comunque di pagare l’indennizzo ma più alto.

Il reintegro nel posto di lavoro, oltre che nei licenziamenti nulli e discriminatori (mai stati in discussione), dovrebbe invece restare in quelli disciplinari ingiustificati quando i giudici dovessero stabilire che “il fatto materiale” contestato al lavoratore “non sussiste” (nella riforma Fornero era citato solo il fatto; qui non si dovrebbe dunque fare richiamo al reato).