Krugman: “Austerità ko. Dai ricchi per farci soffrire”

Pubblicato il 27 Aprile 2013 13:33 | Ultimo aggiornamento: 27 Aprile 2013 13:41
paul krugman

Paul Krugman: austerity ko

Il premio Nobel Paul Krugman rinnova la sua posizione anti austerity in un articolo pubblicato dal New York Times e tradotto da Repubblica, in cui ripete ancora una volta che

“austerian position has imploded”, ” La posizione pro-austerity è implosa”

e che chi vuole l’austerità lo fa nella

viscerale convinzione che abbiamo commesso un peccato e che dobbiamo cercare di redimerci attraverso la sofferenza”.

Paul Krugman  ricorda che gli studi che fornivano “presunta giustificazione intellettuale” alla dottrina della austerità, quelli di

Alberto Alesina e Silvia Ardagna sull’“austerità espansiva” e di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff sulla fatidica “soglia” del novanta percento del rapporto debito/Pil — sono state ferocemente criticati già all’indomani della loro pubblicazione”.

I titoli con cui i due giornali presentano l’articolo sono differenti. Repubblica, dopo un anno sabbatico montiano, scopre che

“l’austerity è finita ko”.

Il New York Times, di cui Krugman è prolifico collaboratore e è pubblicato in un Paese, gli Usa, dove il presidente democratico Barack Obama ha pensato a salvare le aziende invece di farle chiudere come avvenne con Groge Bush, titola:

“La soluzione dell’ 1 per cento” [“The 1 Percent’s Solution”]

riferendosi a questo concetto:

“Il programma dell’austerity rispecchia da vicino, la posizione dei ceti abbienti, ammantata di rigore accademico. Ciò che il più ricco 1 per cento della popolazione desidera diventa ciò che la scienza economica ci dice che dobbiamo fare”.

Eppure, scrive Paul Krugman, già

“verso la fine del 2010 il Fondo monetario internazionale aveva rivisto Alesina-Ardagna ribaltandone le conclusioni, mentre molti economisti hanno sollevato interrogativi fondamentali sulla tesi di Reinhart-Rogoff ben prima di venire a sapere del famoso errore nella formula di Excel“.

Tuttavia, mentre

” gli eventi nel mondo reale hanno rapidamente svuotato di significato le previsioni del fronte pro-austerity […] la teoria a favore dell’austerità ha mantenuto, e persino rafforzato, la propria presa sull’élite. Perché? La risposta è sicuramente da ricercare in parte nel diffuso desiderio di voler interpretare l’economia alla stregua di un racconto morale, trasformandola in una parabola sugli eccessi e le loro conseguenze. Abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi, narra il racconto, e adesso ne paghiamo l’inevitabile prezzo. Gli economisti possono spiegare ad nauseam che tale interpretazione è errata, e che se oggi abbiamo una disoccupazione di massa non è perché in passato abbiamo speso troppo, ma perché adesso spendiamo troppo poco, e che questo problema potrebbe e dovrebbe essere risolto.

“Tutto inutile: molti nutrono la viscerale convinzione che abbiamo commesso un peccato e che dobbiamo cercare di redimerci attraverso la sofferenza”.

Se uno mette a queste teorie due facce, quella di Giuliano Amato e quella di Mario Monti, il giudizio di Paul Krugman appare più che azzeccato.

Giuliano Amato, per “salvare” l’Italia dalla perdizione, nel 1992 ci fece precipitare in una recessione che prima avevamo scansato e che ci portò diritti in braccio a Berlusconi.

Mario Monti, per salvarci e anche farci cambiare le abitudini, ci ha fatto precipitare in una risi ancora più grave e ci ha portato diritti in braccio a Berlusconi e Beppe Grillo.