La laurea? In Italia non conviene

di Redazione Blitz
Pubblicato il 5 Dicembre 2015 12:17 | Ultimo aggiornamento: 5 Dicembre 2015 12:17
(foto Ansa)

(foto Ansa)

ROMA – La laurea? In Italia non conviene. L’Italia ha il più basso tasso di occupazione per laureati, pari a quello della Grecia. Dice l’Ocse che nel 2014, solo il 62% dei laureati made in Italy tra i 25 e i 34 anni aveva un’occupazione, contro una media dell’82%.

Forse, per lavorare, è meglio stare lontani dalle università. “Una provocazione purtroppo per certi versi molto vera – ammette Luigi Campiglio, professore di Economia alla Cattolica di Milano – abbiamo un problema di occupazione: con il Jobs Act le aziende hanno assunto, ma in modo limitato. Come dargli torto, dopotutto, vista la condizione economica”.

“Il punto – riflette Michele Pellizzari, professore di economia all’Università di Ginevra, con un passato alla Bocconi di Milano, già economista proprio presso la stessa OCSE – è che l’investimento in istruzione in Italia non ripaga tanto quanto negli altri Paesi e questo ha delle conseguenze in primis sull’emigrazione dei cervelli, in secundis sulla diseguaglianza sociale”.

“È chiaro che non sempre il rendimento è parametrato al merito – chiarisce Campiglio – anche se, avere retribuzioni con differenziali meno elevati, significa anche avere disparità sociali meno forti. Non stupisce, ad esempio, che la Cina o il Messico siano agli estremi opposti né tantomeno che gli Stati Uniti abbiano il differenziale più ampio tra tutti i Paesi occidentali”.

“Si potrebbero fare molti ragionamenti in merito – riflette da Ginevra, Pellizzari – a partire dalla contrattazione collettiva: fino a che in Italia resteremo così tanto legati a questo modello, daremo poco spazio ai singoli. Decentralizzare le decisioni, non solo a livello geografico ma anche in riferimento alle qualifiche dei lavoratori può essere invece un meccanismo incentivante”.

“L’Università ha molti problemi, certo, ma non possiamo dire che non dia una buona preparazione. – frena Campiglio – Le imprese potranno anche lamentarsi di una mancanza di praticità dei giovani ma questo non è un compito che spetta all’istruzione. Il lavoro si impara facendo”.