Parmalat-Lactalis: il cartello delle banche lancia l’alternativa italiana, verso rinvio cda

Pubblicato il 31 Marzo 2011 23:05 | Ultimo aggiornamento: 31 Marzo 2011 23:06

MILANO – Succede di tutto alla vigilia dell’atteso consiglio d’ amministrazione di Parmalat chiamato a valutare se rinviare l’assemblea degli azionisti a fine giugno. Il Consiglio dei ministri dà il via libera al Tesoro di attivare le norme anti-Opa, Lactalis esce allo scoperto dichiarando che il suo 29,87% in portafoglio (ormai effettivo), non è una quota di controllo e Intesa SanPaolo, Unicredit e Mediobanca inviano una lettera al Cda di Collecchio per notificare l’esistenza di una reale alternativa italiana.

Il tutto mentre la Cassa depositi e prestiti, sull’assist del Governo con l’allungamento dei tempi, valuta di poter scendere in campo. Insomma, una sommatoria di fatti che spingono a pensare che con ogni probabilità venerdì 1 aprile, (ore 12 a Milano) il Cda di Parmalat, alla luce degli avvenimenti accaduti in seguito al deposito delle liste per il rinnovo dei vertici, possa ritenere opportuno rinviare l’assemblea.

Questo per una serie di motivi. Per la presenza di un documento che dà notizia dell’esistenza della cordata italiana e di lungo periodo, e a prendere parte a questo progetto ci sono oltre alla superbanca di Corrado Passera pure anche UniCredit e Mediobanca. Le quali, con questa lettera, viene spiegato, informano il cda di Parmalat che i tre istituti di credito intendono prestare consulenza nella strutturazione di un’operazione coerente col provvedimento adottato dal consiglio dei Ministri.

Intanto resta ancora in standby la Ferrero, ma sono pronti a partecipare alla cordata pure Tamburi, Palladio e Granarolo. In campo dovrebbe scendere inoltre anche la Cdp (Cassa Depositi e Prestiti), che si sente chiamata in causa dal provvedimento varato in sede di consiglio dei ministri: il governo ha autorizzato infatti Giulio Tremonti ”a predisporre e attivare strumenti di finanziamento e capitalizzazione, analoghi a quelli in essere in altri Paesi europei, strumenti mirati ad assumere partecipazioni in societa’ di interesse nazionale rilevante in termini di strategicita’ del settore”. E il riferimento all’estero ricorda molto la francese Caisse des Depots et Consignation che possiede il 51% del Fond Strategique d’Investissement (Fsi), costituito nel 2008 su iniziativa di Nicolas Sarkozy per intervenire a sostegno del capitale delle imprese francesi in caso di scalate straniere.

A tutto questo si aggiunge Bruxelles, dove il blitz di Lactalis sul capitale di Parmalat è finito sotto la lente di due commissari: il responsabile Antitrust Joaquin Almunia e il responsabile del Mercato interno Michel Barnier. In giornata Lactalis ha detto che l’ingresso nel capitale di Parmalat ”non va considerato come un’acquisizione del controllo della Parmalat”, precisando che il regolamento comunitario ”prevede, per il caso in cui sussista un passaggio di controllo”.

E che in definitiva sono con la loro quota (quasi il 30%) intenzionati solo ad esercitare ”il voto in occasione della prevista riunione dell’assemblea dei soci” del prossimo 12, 13 o 14 aprile. Intanto, a proposito del 28,9% in mano ai francesi – questo il pacchetto azionario nelle moro mani – il sottosegretario all’Economia, Sonia Viale, rispondendo all’interrogazione in Commissione Finanze alla Camera ha affermato che ad oggi ”la partecipazione complessiva acquistata o acquistabile dal Gruppo Lactalis (in Parmalat) non risulta aver mai superato la soglia del 30% del capitale di Parmalat, rilevante per l’obbligo di promuovere un’opa”.