Economia

Lavoro c’è, ma un datore su 2 dice: “Non troviamo i giusti dipendenti”

Lavoro c'è, ma un datore su 2 dice: "Non troviamo i giusti dipendenti"

(Foto LaPresse)

ROMA – Quasi metà dei datori di lavoro italiani, il 47%, sono disperati e lamentano: “Non troviamo lavoratori giusti e questo è un grave danno per le nostre aziende”. La percentuale degli italiani è la più alta d’Europa.

Il grido di dolore è contenuto in un rapporto della società di consulenza internazionale McKinsey condotto in otto paesi europei e presentato a Bruxelles presso il centro di ricerca Bruegel. Lo studio si intitola: “Il viaggio tempestoso dell’Europa, dall’educazione all’occupazione” ed è illustrato con molto risalto dal Corriere della Sera con una corrispondenza di Luigi Offeddu.

Il problema non è esclusiva italiana, scrive Luigi Offeddu:

“Lo stesso lamento echeggia fra il 45% degli imprenditori greci, il 33% degli spagnoli, il 26% dei tedeschi. Ma da nessuna parte, come da noi. In Italia, dunque, cercansi coloro che hanno gli skill, le attitudini, le capacità, i talenti richiesti da questo o quel settore. Ce n’è tanti. Gli imprenditori non li trovano, loro non sanno come e dove farsi cercare: «Non hanno le informazioni su come prendere decisioni strategiche». Domanda e offerta non si incontrano, e nessuno spread riesce a farle metterle in contatto, a far scattare il semaforo”.

Se la Ue ha il più alto tasso di disoccupazione nel mondo, scrive ancora il dossier, sempre più ragazzi scelgono percorsi di studio legati alla manifattura:

“In Italia, Grecia, Portogallo e Regno Unito sempre più studenti stanno scegliendo corsi di studio collegati alla manifattura, alla lavorazione, nonostante il brusco calo nella domanda in questi settori. E in generale, non è una cosa positiva vedere un ampio numero di giovani scommettere il loro futuro su industrie in decadenza… Ci sono abbinamenti sbagliati, educatori e imprenditori non stanno comunicando fra loro”.

Ed è proprio questo che sta accadendo in Italia, spiega Offeddu:

“Datori e fornitori di lavoro o di istruzione hanno percezioni molto differenti. Il 72% degli educatori in Italia pensano che i ragazzi abbiano le attitudini di cui avranno bisogno alla fine della scuola; ma solo il 42% degli imprenditori concorda con questo. La percezione di questo divario riflette una mancanza basilare di comunicazione. Solo il 41% dei datori di lavoro dice di comunicare regolarmente con i dirigenti delle scuole, e solo il 21% considera questa comunicazione effettiva”.

Per gli imprenditori d’altronde è necessario che i giovani e aspiranti dipendenti abbiano skill precise, come la conoscenza dell’inglese o dell’informatica, ma non sempre i ragazzi soddisfano queste richieste:

“in Italia, il «desiderio» o bisogno imprenditoriale di una buona conoscenza dell’inglese fra i propri dipendenti è soddisfatto solo dal 23% degli aspiranti, e quello di una competenza informatica appena dal 18%. Mentre la richiesta di creatività, che in Germania trova solo un 13% di risposte fra i giovani, in Italia arriva al 19%. Ma resta anche un concetto assai vago. In cima a tutti i sogni degli imprenditori resta la «conoscenza pratica», in qualunque settore (risposta del ventenne: ma dove la faccio, l’esperienza, se tu non mi assumi?)”.

E cosa accade ai giovani dopo lo stage in Europa?

“Il 61% in media dei giovani europei trova un posto di lavoro al termine di uno stage. In Italia, sono meno del 46%. E ancora: Portogallo, Italia e Grecia hanno la più alta percentuale di giovani che riferiscono di non aver potuto frequentare l’università per ragioni economiche; «ed è in questi tre Paesi che la più bassa proporzione di giovani (sotto il 40%) ha completato l’istruzione post-secondaria»”.

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