Lavoro: 200 mila posti schifati dagli italiani. E sono finiti anche gli stranieri

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 28 gennaio 2019 13:41 | Ultimo aggiornamento: 28 gennaio 2019 13:41
Lavoro in Italia: 200 mila posti schifati dagli italiani. E sono finiti anche gli stranieri

Lavoro: 200 mila posti schifati dagli italiani. E sono finiti anche gli stranieri (foto d’archivio Ansa)

ROMA – Lavoro, ci sono circa duecentomila posti di lavoro che nessuno o quasi vuole occupare, lavori che nessuno o quasi vuol fare. Questa la stima di Confindustria e e delle associazioni “datoriali” (brutto termine per indicare le associazioni dei datori di lavoro). Duecentomila posti di lavoro in tre anni (2019/2021) che resteranno scoperti. Questo dice l’esperienza, l’aver cercato e non trovato chi volesse fare quei lavori. Questo dice la quotidiana e pratica difficoltà ad assumere secondo esigenze che registrano e documentano aziende della meccanica, del settore alimentare, tessile, chimico, legno arredo…insomma il made in Italy da esportazione.

Nei settori di punta mancano professionalità specializzate e competenze che il mercato del lavoro italiano offre in quantità scarsa. Spesso i giovani senza lavoro non hanno le competenze necessarie, non sono stati formati né dalla scuola o università né da alcun altro. E quei relativamente pochi che hanno acquisito competenze preferiscono andare all’estero.

Ma nei settori del lavoro non qualificato va, se possibile, peggio. C’è richiesta di circa 11 mila camerieri. Ne mancano almeno 2.500, posti di lavoro non coperti. Manca la metà degli aiuto cuochi richiesta. Manca il 61 per cento dei venditori/rappresentanti richiesti e manca il 38 per cento degli assistenti di vendita. Sono letteralmente finiti i cuochi pizzaiuoli, resta inevaso il 97 per cento della richiesta. Più o meno la stessa percentuale di posti che restano vacanti rispetto alla richiesta di addetti alle pulizie negli edifici. Non si coprono neanche le richieste di agenti immobiliari o di quelli che una volta si chiamavano commessi viaggiatori.

A Napoli tra i quasi 19 mila posti di lavoro che restano vacanti, anche posizioni di conducente di furgone. Basta la patente ma una metà dei posti offerti non viene coperta. A Milano i posti che restano vacanti sono circa 73 mila. E una clamorosa forbice tra offerta e domanda di lavoro potrebbe aprirsi in agricoltura dove gli addetti sono in grandissima maggioranza stranieri che guadagnano in media poco più di 7.000 euro l’anno. Ben al di sotto del limite di reddito per poter beneficiare del reddito di cittadinanza.

Il settore dell’agricoltura ci mostra dunque quel che potrebbe accadere, sta già accadendo: lavori che gli italiani a torto o a ragione rifiutano. Lavori però necessari, necessario qualcuno li faccia. Finora gli immigrati. Ma l’immigrazione, anche quella economica, anche quella di chi viene a lavorare, è stata di fatto bloccata. Sono finiti anche gli stranieri cui far fare quei lavori. E accade spesso siano lavori che per la loro stagionalità o caratteristica diano su base annua redditi inferiori all’importo di un reddito di cittadinanza (circa 9.300 euro netti). Niente italiani per quei lavori, finiti gli stranieri per quei lavori, chi li farà?

Gli italiani dunque senza lavoro tutti alla ricerca di un lavoro qualificato? Non proprio. Anzi proprio no. Gli italiani senza lavoro o con un lavoro precario (che non vuol dire temporaneo) sono secondo dinamica e grafici del mercato del lavoro nostrano, alla ricerca di una sorta di lavoro…medio. Che non richieda grosse competenze e qualifiche e specifiche abilità e nozioni. Ma che non sia un lavoro puramente manuale e sotto qualificato appunto. Un lavoro protetto e garantito senza angosce e ansie di produttività. Un lavoro che non richieda frequenti e radicali riqualificazioni e aggiornamenti professionali ma non sia cero stare nei campi o servire in tavola o far da badanti o anche solo sbattersi af da commesse/commessi e rappresentanti venditori o autisti.

Si cerca insomma quel che non c’è e sempre meno ci sarà: un termine medio tra i poli opposti in cui si articola il lavoro contemporaneo, cioè appunto le competenze o la fatica. Si cerca di evitare entrambe e c’è un solo luogo dove si può fare:l’impiego pubblico, il posto di Stato. Non a caso il governo Salvini-Di Maio a questo pensa e punta: una grande campagna di assunzioni pubbliche. E se le aziende private soffrono, magari saltano…si nazionalizza e si diventa tutti impiegati pubblici.