Manovra da 15 a 35 miliardi, quel che Tremonti dice e non dice

di Lucio Fero
Pubblicato il 20 Aprile 2011 14:26 | Ultimo aggiornamento: 20 Aprile 2011 14:26

ROMA-Sono i giorni del Tremonti prodigo. Prodigo di riflessioni che spaziano dall’ovvio al lungimirante, dalla superficie alla natura prodonda di cose e problemi. Sfonda una porta aperta il ministro dell’Economia per il solo gusto di sfondarla quando dichiara gli imprenditori italiani “oppressi dal fisco” non tanto e non solo per la quantità di tasse che pagano ma soprattutto perché sono assediati e sfiniti dalla burocrazia fiscale. Tremonti proclama che hanno il diritto di dire “non mi rompete più di tanto”, più che un proclama però è una constatazione. Più pensoso e profondo è il Tremonti che rileva come i patti economici a base dell’Unione Europea sono stati concepiti, stilati e sottoscritti quando il mondo era diverso da quello che oggi è: prima della crisi finanziaria, prima del dilagare del debito delle banche e degli Stati sovrani, prima della globalizzazione. Guarda lontano e guarda giusto Tremonti quando dice che sono patti da rifare. E dice cosa vera e per nulla scontata Tremonti quando invita a calcolare il costo di quanto sta accadendo in Nord Africa e il costo globale del nucleare. Non il costo, il conto della spesa, dell’intervento militare in Libia, ma il costo insito nel nuovo assetto politico ed economico che verrà dal muoversi e scuotersi di quei popoli. Il Nord Africa si assesterà in un nuovo equilibrio, ma non sarà gratis per l’Occidente e per il pianeta tutto: possibile che cambino quelle che si chiamano “le ragioni di scambio”. E lo stesso vale per il nucleare: dopo Fukushima quanto costa un nucleare “sicuro”? E’ un costo ancora sopportabile, ne vale ancora la pena e quali sono le alternative? In Europa e una Italia che dipende al quasi 50 per cento dal petrolio, al circa il 10 per cento dal carbone e al sette per cento dalle energie rinnovabili? Sono i giorni di un Tremonti prodigo e facondo, di un ministro che parla “lungo” e chiaro.

Su una sola cosa Tremonti in questi giorni resta sul vago: sulla manovra di rientro dal deficit e dal debito pubblico. Quel poco che ha detto non è né “lungo” né chiaro. Ha detto che “al minimo sarà necessario un rientro dello 0,5 del Pil nel 2013 e 2014”. Fanno 15 miliardi di manovra finanziaria in due anni. Ma, Tremonti lo sa anche se non lo dice, dipende. Con la crescita del Pil ai livelli previsti dal governo tra il 2011 e il 2013, crescita tra l’uno e l’uno e mezzo per cento, lo 0,5 per cento biennale di manovra non basta. L’impegno preso da Tremonti con l’Europa è di una riduzione del deficit stimato al 3,9 per cento sul Pil nel 2011 ad un deficit dello 0,2 per cento nel 2014. Fanno 35 miliardi e non 15. A meno che il Pil non schizzi al più due per cento e oltre, cosa che il documento del governo redatto da Tremonti non prevede e non avvista. E poi perché Tremonti sposta questo rientro, questa manovra oscillante tra 15 e 35 miliardi al biennio 2013/2014? E’ solo un caso che lo spostamento coincida con la nuova legislatura? Solo per caso si esenta il governo che c’è da ogni manovra? Trenta/quaranta miliardi di manovra obbligatoria nel 2013/2014 stroncherebbero ogni governo che dovesse uscire dalle elezioni fissate al 2013. Lasciare alla nuova legislatura questo peso e zavorra somiglia molto ad un avvelenamento dei pozzi per chiunque allora dovrà governare.

Tremonti è stato finora il ministro più responsabiole della compagnia, non ci fosse stato lui i conti italiani sarebbero già a rischio se non saltati. Possibile che Tremonti ceda alla tentazione dell’avvelenamento dei pozzi? E’ un metodo che la sua maggioranza ha già adottato in altri campi, vedi la legge elettorale di Calderoli. Possibile che Tremonti faccia altrettanto in economia? Possibile che sia disposto anche a questo pur di non caricare il governo in carica della responsabilità di una manovra economica che pure è già scritta nelle sue carte e nelle sue cifre? Perché di manovra si tratta anche se pudicamente Tremonti non usa questo termine. E già questa reticenza linguistica non è buon segno. Tremonti sta dicendo molte verità ma una, già scritta e sottoscritta, la tiene velata agli italiani e alla pubblica opinione. Per sopravvivenza e non per masochismo l’Italia deve e si è impegnata ad azzerare il deficit entro il 2014 e a cominciare a limare il debito dal 2015 in poi. Nessun governo può “scappare” e infatti il governo di cui Tremonti è ministro lo ha messo nero su bianco. E allora perché non dirlo chiaro alla gente, per paura di turbare il bambino-elettore? Se l’economia andrà alla grande saranno 15 miliardi di minor spesa. Se l’economia resta come ora è, saranno 35 miliardi. Cui vanno aggiunti una decina di miliardi per “aggiustamenti di bilancio” tra il 2011 e il 2012. Achi tiene velata Tremonti questa verità? Non all’Europa, tanto meno ai mercati finanziari. E allora a chi, alla sua maggioranza oltre che al popolo elettore? Perché Tremonti non dice agli imprenditori che si potrà anche liberarli da quelli che “rompono” e li asfissiano, da questi sì, ma non dalle tasse che il documento economico del governo prevede, come è ovvio, non possano calare nell’ammontare del gettito complessivo almeno per i prossimi tre anni?