Tutti i perché di Marchionne

di Warsamé Dini Casali
Pubblicato il 4 Ottobre 2011 13:14 | Ultimo aggiornamento: 4 Ottobre 2011 14:47

ROMA – Per trovare un precedente allo strappo consumatosi tra Fiat e Confindustria, occorre tornare ai ruggenti anni ’20 delle occupazioni delle fabbriche: ma la scelta unilaterale di Marchionne, di abbandonare Viale dell’Astronomia al suo destino, è giustificata da motivazioni all’altezza dei drammatici effetti del “biennio rosso” che sembrava preludere a una rivoluzione? Sondando pareri e reazioni apparsi in misura massiccia sui quotidiani il giorno dopo il divorzio, proviamo a stilare una lista plausibile dei perché Marchionne l’Americano si è risolto a una decisione così drastica ma largamente annunciata.

Gli osservatori tutti rimarcano il valore politico di questa uscita. Curiosa circostanza, alla luce della più volte sbandierata estraneità del manager formatosi all’estero, ai giochi sottobanco, ai veti incrociati, ai compromessi al ribasso dell’arena politica italiana. Tuttavia una lettura politicista si è imposta come chiave privilegiata per comprenderne le ragioni, per valutarne gli obiettivi. Da punti di vista opposti il Giornale e Repubblica concordano nel registrare il clamoroso schiaffo alla Marcegaglia, espostasi oltre il lecito nella sua crociata anti-berlusconiana. Anche il Sole 24 Ore, giornale di Confindustria, comprensibilmente rimprovera la politicizzazione del gesto: “Sergio Marchionne è come un immunologo contagiato dal virus per il quale sta studiando il vaccino”.

Proviamo allora a isolare 5 perché, 5 ragioni consistenti a una sortita che come primo effetto collaterale ha rivitalizzato una maggioranza agonizzante ma che desta non poche preoccupazioni sul futuro nazionale della maggiore impresa italiana e sul destino delle relazioni industriali.

Marchionne vuole stravincere la partita con la Cgil. E’ la tesi di Alberto Orioli sul Sole 24 Ore. La Fiat ha preferito non cogliere il buon risultato di un modello di negoziazione alla tedesca, cui si era giunti l’accordo del 28 giugno ratificato il 21 settembre. Accordo nato proprio grazie agli sforzi di Confindustria e dalla svolta in Cgil. Si illude Marchionne se pensa che si possa smantellare l’attuale “governance degli interessi sociali con un tratto di penna sugli accordi o con una sbianchettatura delle leggi più sensibili”. Un’altra guerra sull’articolo 18 non sarebbe opportuna.

Via dall’Italia delle cause e dei ricorsi. Anche il Corriere della Sera giudica dannosa la separazione. Dario Di Vico comprende le molte ragioni di Marchionne, ma l’angoscia per lo spread, le lettere della Bce, la tela di Penelope eternamente disfatta dal governo, l’orlo visibile della catastrofe economica, suggeriscono di consolidare piuttosto che rompere il fronte delle imprese. Soprattutto per ottenere quelle riforme del mercato del lavoro (specificamente la flessibilità in uscita) cui Marchionne tiene particolarmente. Concentrandosi solo sul mercato americano.

Prepara l’uscita di Fiat dal sistema industriale italiano. Massimo Giannini rileva su Repubblica per prima cosa il contenuto politico di uno strappo che mentre prende le distanze dalla Marcegaglia, recupera una interlocuzione con il Governo in carica. Non è dietrologia constatare come un’ora dopo l’annuncio dell’uscita da Confindustria, la Fiat ha annunciato un altro anno di cassa integrazione a Mirafiori. E il “falco” della maggioranza Cicchitto poteva esultare dicendo che “ora la Marcegaglia è isolata”. Tuttavia Giannini ritiene che la decisione di andare da soli è solo una tappa nel percorso di abbandono progressivo del sistema industriale italiano, che porterà Detroit a sostituire definitivamente Torino abbandonando a se stesso l’ambizioso quanto aleatorio progetto Fabbrica Italia.

Basta con il Gattopardismo italiano. La Stampa di Torino, anche se il suo direttore tiene a precisare che il quotidiano non coincide con l’ufficio stampa della Fiat, plaude alla scelta di Marchionne. E’ lui il vero avversario del gattopardismo italiano. “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”: Mario Deaglio sceglie Tomasi di Lampedusa per illustrare la palude dei rapporti tra imprese, parti sociali e politica. Cui, con coraggio si oppone l’ad Fiat, descritto come il “vero elemento di discontinuità o se si preferisce di rottura con la tradizione italiana”. Le intese raggiunte e poi ratificate con le parti sociali, sono insufficienti, dilatorie e anacronistiche per la riforma del mercato del lavoro. Marchionne ne ha tratto le conseguenze.

Confindustria è una Ritmo diesel, roba vecchia. Su Il Giornale Nicola Porro esulta per la presa di distanza da Emma Marcegaglia, proditoriamente lanciatasi all’attacco di Berlusconi. Confindustria, secondo Porro, manca alla sua missione, è una struttura obsoleta, dalla quale gli industriali stanno fuggendo come i topi da una nave che affonda. La Marcegaglia ha meritato offesa e la punizione.