Meglio fallire all’americana. Bancarotta: cambiano le regole

Pubblicato il 9 Aprile 2013 9:54 | Ultimo aggiornamento: 9 Aprile 2013 9:54
Meglio fallire all'americana. Bancarotta: cambiano le regole

Meglio fallire all’americana. Bancarotta: cambiano le regole

ROMA – Meglio fallire all’americana: cambiano le regole della bancarotta. Sulla gestione dei fallimenti societari, l’Europa adesso è costretta a guardare agli Stati Uniti. In particolare al modello Chapter 11, quella norma che pilota la bancarotta prima che una società (ma anche un individuo) precipiti nel fallimento conclamato e si proceda alla liquidazione coatta: tempo e ossigeno utili a concordare piani di rientro, ristrutturazioni aziendali, intese con i creditori. Con il Chapter 11, un po’ più di indulgenza delle leggi spesso riesce a salvare le aziende e, cosa ancora più importante, mette in sicurezza gran parte dei crediti. Questa flessibilità americana viene ora presa a modello anche in Europa, dove la rigidità normativa in ambito fallimentare provoca solo danni.

E’ il Wall Street Journal che segnala questa tendenza. E d’altra parte, i casi eclatanti della General Motors e della Chrysler lo testimoniano: grazie al Chapter 11 si sono potute esperire soluzioni più creative che sono valse la sopravvivenza di fabbriche e posti di lavoro: l’opzione swap debito-partecipazione ha consentito anzi nuovi investimenti. Germania, Spagna, Francia, nell’ultimo anno stanno rivedendo le loro norme in materia. L’Italia, con le sue 100 mila imprese fallite nell’ultimo anno, è un caso emblematico.

Intervistato dal WSJ, Gianandrea De Bernardis, ceo della società di ricerca Cerved, spiega come chiunque, sottoposto alle vecchie regole sulla bancarotta ne esce con le ossa rotte. “Broken bones”, e in effetti i numeri di Cerved fotografano la situazione: le procedure fallimentari richiedono un decennio, i creditori rivedono solo il 14% di ciò che è loro dovuto, oltre il 90% delle aziende sono state messe in liquidazione. Per evitare la certezza di chiudere era obbligatorio non finire sottoposti a nessun procedimento di insolvenza. In più, la gogna per l’insolvente (l’interdizione ad aprire nuove imprese, la negazione del diritto di voto). Ma, questo va applicato solo nei casi di acclarata fraudolenza: spesso, il lasso di tempo concesso è servito a trovare intese con i sindacati per ridurre i costi d’impresa. Dal Chapter 11, l’Italia ha mutuato qualche aspetto che rende un po’ meno punitiva e controproducente quella che potremmo chiamare l’amministrazione controllata.

Seat Pagine Gialle è il caso più rilevante, anche Miss Sixty ha avuto accesso, fra l’altro, alla protezione dai creditori per circa tre mesi, impiegati per mettere a punto un nuovo piano di business, la ristrutturazione del debito ecc… E non è ancora sufficiente. Le società accedono a queste procedure praticamente già morte, non più in grado cioè di ristrutturare un bel niente. I dati forniti da Filippo Lamanna, a capo della divisione bancarotta del tribunale di Milano, sono ancora scoraggianti: il 50% delle società che ha usato lo strumento simile al Chapter 11 è stata poi messa in liquidazione.