Mes sì, Mes no. Al decalogo di Zingaretti, risponde Il Fatto: debito, condizioni, trattati…

di Redazione Blitz
Pubblicato il 30 Giugno 2020 12:46 | Ultimo aggiornamento: 30 Giugno 2020 14:31
Mes, le ragioni del sì e del no

Mes sì, Mes no (nella foto Ansa Zingaretti e Conte sullo sfondo)

Nicola Zingaretti, segretario del Pd, in una lettera aperta di nettezza finora inedita, chiede che sull’attivazione del Mes non ci siano più tergiversazioni.

L’affondo del leader Dem innesca immediatamente l’effetto contrario, rendendo più solido il muro di un MoVimento 5 Stelle segnato dalla tensioni interne.

E rischiando di trasformare il voto in Aula sulle comunicazioni del premier prima del Consiglio Ue in un rebus ad altissima suspence.

Mes sì, Mes no: ragioni a confronto

Ma il decalogo del segretario Pd offre anche un adeguato termine di confronto per valutare le ragioni del sì (non necessariamente incondizionato) e quelle del no (non obbligatoriamente a prescindere).

Ha ragione chi invoca razionalità economica e denuncia le “danze immobili” di chi rifiuta per ideologia superata dai tempi e dai fatti 37 miliardi di prestiti a costo meno di zero (ne restituiremo circa 32) per mettere subito in sicurezza la sanità italiana?

“Il passato che ferma il Movimento 5 Stelle” chiama questa ostinazione Antonio Polito sul Corriere della Sera.

Oppure ha ragione chi teme non solo le famigerate condizioni capestro e l’occhiuta vigilanza subordinate agli aiuti come avvenne con la Grecia, ma è preoccupato perché finita l’emergenza il monte del debito italiano drogato anche dal Mes ci renderà ancora più vulnerabili e sotto tiro da parte dei mercati?

Il perché non serve in 10 punti (Fatto quotidiano)

Sul Fatto quotidiano, Salvatore Cannavò risponde idealmente a Zingaretti.

Non punto per punto, perché il segretario del Pd enuncia in 10 mosse la strategia di riforma strutturale della sanità: il decalogo del giornalista raccoglie tutte le obiezioni, prova a rivelarne le  illusioni prospettiche e a vaccinarsi da qualche “ritornello al limite della molestia”.

Primo, “non è vero che mancano le condizionalità”

Nessuno ha modificato o messo mano alla lettera dei trattati europei vincolanti: restano condizionalità e sorveglianza.

Anche perché, ed è il secondo punto, “il Mes non è un fondo salva-Salute”.

E’ vero che si parla di spese sanitarie “dirette e indirette”, ma il Mes resta pur sempre una banca che presta soldi a determinate condizioni.

Il presupposto sanitario non sostituisce gli altri presupposti, al massimo si aggiunge.

Dal momento che “la Commissione Ue non può garantire di più” (nel terzo punto Cannavò cita i commissari Gentiloni e Dombroskis) non ci si può illudere che “un Mes light” possa esistere (quarto punto).

Altra illusione è quello di considerarlo uno strumento di mutuo soccorso europeo: “la natura del Mes è garantire la stabilità” (quinto punto).

Tanto è vero che lo stesso scopo, la salvaguardia della stabilità (sesto punto “Il senso politico dell’articolo 136 del Tfue”), guida i principi di Recovery Fund.

Ed eurobond sottesi: se fosse vera la solidarietà perché non ci pensa il Mes ad emetterli?

Sette: “Il ricorso al Mes non riduce il debito”

Punto nevralgico: il problema non sono le condizioni di accesso al Mes, ma quello che succede dopo.

“Quando la crisi sarà magari superata e all’Italia sarà richiesto di rientrare, sia pure nell’arco di dieci anni”.

Una domanda (ottavo punto) si impone: “nessuno lo utilizza, chissà perché?”.

Lo spiegava un esponente del Pd stesso, Emanuele Felice: bisogna calcolare l’effetto “stigma”.

Cioè la possibile percezione dei mercati secondo cui il Paese che ricorre al Mes è più vulnerabile, pregiudizio che farebbe salire il tasso d’interesse sul resto del nostro debito.

Per concludere, il gioco vale davvero la candela?

Si dimentica infatti che “il Mes è un creditore senior” come il Fmi: per cui bisogna attendersi un aumento dei rendimenti sul debito residuo italiano.

“Caro Mes, ma quanto mi costi?”. L’ultimo punto: davvero vale la pena indebitarci a queste condizioni per risparmiare, alla fine, 260 mln l’anno? (fonti Fatto quotidiano, Corriere della Sera, Ansa)