Riassetto Ligresti e aumento Premafin, primo test per l’Unicredit di Ghizzoni. Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera

Pubblicato il 22 novembre 2010 9:48 | Ultimo aggiornamento: 22 novembre 2010 9:48

Federico Ghizzoni

Per il nuovo amministratore delegato di Unicredit Federico Ghizzoni è tempo di esami. Il banco di prova è la Premafin, holding controllata dal gruppo Ligresti. La società, spiega Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera, naviga in cattive acque e Unicredit, nel cda del 17 dicembre, dovrà prendere una posizione ufficiale sul salvataggio. Mucchetti analizza strategie e possibili scenari. BlitzQuotidiano ve lo propone come articolo del giorno.

Ora tocca a Unicredit dire la sua sul salvataggio di Premafin, la holding controllata dai Ligresti che possiede il 37% di Fonsai, terzo gruppo assicurativo italiano. Formalmente sarà il consiglio del 17 dicembre a pronunciarsi, ma i giochi iniziano adesso. Salvatore Ligresti chiede due decisioni al suo principale creditore: a) aderire al consorzio di garanzia dell’aumento di capitale di Premafin per 225 milioni, propedeutico alla ricapitalizzazione di Fonsai; b) avallare il rinnovo del prestito di 322 milioni alla stessa Premafin da parte del pool bancario di cui Unicredit fa parte per ben 110 milioni. Interessati alla risposta sono anche Vincent Bolloré, vicepresidente di Generali, e Jean Azéma, il manager amico suo che guida con piglio schimberniano il gruppo assicurativo mutualistico francese Groupama. Il primo ha acquistato titoli Premafin in Borsa aprendo la strada all’accordo azionario del secondo con i Ligresti. Tutti — Unicredit, Fonsai, Groupama, Bolloré e, sullo sfondo, Generali — fanno parte del patto di Mediobanca, che a sua volta vanta un credito di 70 milioni con Premafin e prestiti subordinati per 1,1 miliardi con Fonsai.

Banco di prova — Anche per questo il caso Premafin costituisce il primo banco di prova per il nuovo leader di Unicredit, Federico Ghizzoni, per il consiglio che ha cacciato Alessandro Profumo, e in particolare per il vicepresidente Fabrizio Palenzona, che sui rapporti con Mediobanca ha fondato la sua carriera di banchiere e di power broker.

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Unicredit ha un doppio problema di reputazione: verso Ligresti, debitore, azionista e amministratore della banca; e verso il mercato finanziario e la clientela. Profumo si era accollato i debiti delle società non quotate della famiglia Ligresti sulla base di garanzie valide se e in quanto avranno seguito alcuni progetti immobiliari da finanziare ulteriormente. Una scelta che faceva di Unicredit la nuova banca di casa dell’anziano ingegnere siculo-milanese. Ma l’improvviso ingresso in scena di Bolloré ha smosso le carte in tavola. E il patto Ligresti-Groupama le ha cambiate, mettendo nell’angolo il creditore Unicredit, almeno in apparenza.

L’accordo è questo. I Ligresti non partecipano all’aumento di capitale e cedono i loro diritti a Groupama. Che, a operazione fatta, avrà una partecipazione del 17% di Premafin, la metà dei Ligresti, e il diritto a essere informata prima se, fra 2 anni, questi vorranno cedere Fonsai. In tale schema, l’aumento deve avvenire a un prezzo così alto da diluire poco la famiglia e deve essere formalmente aperto a tutti, ancorché non possa interessare ai soci normali, per non far emergere un controllo congiunto Ligresti-Groupama che implicherebbe l’Opa obbligatoria a cascata su Premafin, Fonsai e Milano Assicurazioni con un esborso stimabile in 2 miliardi, insostenibile per Ligresti e fors’anche per la mutua transalpina. Di qui la necessità che le banche si prendano l’inoptato senza pretendere la stanza dei bottoni.

Il consorzio — Nel 2005 si cercavano i concerti tra i furbetti del quartierino per influenzare il corso dei titoli o per avere in modo occulto il controllo congiunto. Nel 2010 c’è meno attenzione. Ma di questo — delle impennate del titolo Premafin, dei rapporti tra Bolloré e Azéma e tra questi e i Ligresti — si occuperà la Consob, ora presieduta da Giuseppe Vegas: se e quando venisse il momento, naturalmente; e magari considerando, alla luce del Testo unico della finanza, se l’obbligo dell’Opa non possa essere imposto anche qualora il controllo congiunto venga a galla dopo i 12 mesi canonici. La banca deve solo valutare le garanzie patrimoniali e gestionali, che Premafin può offrire, e la qualità dei rapporti d’affari. Con un rispetto del mercato non inferiore a quello di Profumo e una trasparenza con la parte correlata Ligresti almeno pari a quella esibita da Generali verso il socio-immobiliarista ceco, Petr Kellner.

Gestione industriale — Dati ripetutamente per fatti, né il consorzio né il rinnovo del debito sono ancora formalizzati. Federico Imbert, banchiere del Credit Suisse, ha promesso l’underwriting dell’aumento Premafin, dando per scontata l’adesione di Unicredit. E però, nonostante la notoria amicizia tra Ligresti e politici potenti come Berlusconi e La Russa, in piazza Cordusio nicchiano. E anche altrove. Come potrebbe, Mediobanca, partecipare al consorzio di garanzia se rilevare eventuali azioni inoptate Premafin le creasse poi problemi antitrust data la sua presenza in Generali? E come potrebbe starci Intesa Sanpaolo, che ha avuto i suoi guai d’immagine con Zaleski e Zunino, senza la copertura di Unicredit? Ma la vera difficoltà è la gestione industriale. Premafin e Fonsai non vanno bene, e tuttavia Groupama non può chiedere nulla, altrimenti scattano il controllo congiunto e l’Opa. Ma come mettere altri soldi su una tale linea, per di più decisa da altri? Certo, è possibile che Imbert trovi in alternativa banche estere, magari disposte a un portage a favore di Groupama. In quel caso, l’aumento si farebbe contro le banche italiane, Unicredit e Mediobanca in particolare, che hanno sempre finanziato Ligresti. Ma, a quel punto, queste potrebbero trovare imbarazzante dare ancora fiducia a un debitore che, portandosi i francesi in casa e in quel modo, rende poco leggibile, almeno ufficialmente, il futuro delle imprese. Sul tavolo dell’Unicredit del dopo Profumo c’è la lezione del miglior Profumo: lasciare ad altri le operazioni opache; sostenere le grandi imprese nell’ora del bisogno a patto che, come si usa con quelle senza santi in paradiso, si cambi il management obsoleto, si facciano aumenti di capitale con il classico sconto sulle quotazioni correnti e si fermi l’estrazione privata dei benefici del controllo.