Padova, orari flessibili in fabbrica. Gli operai: “Ci abbiamo guadagnato tutti”

di Andrea Andrei*
Pubblicato il 15 aprile 2010 17:45 | Ultimo aggiornamento: 15 aprile 2010 17:45

La fabbrica non è più un luogo alienante, con turni di lavoro fissi e massacranti. O almeno non a Caselle di Selvazzano, vicino Padova, dove in un distaccamento della “Zf”, una multinazionale tedesca che produce soprattutto motori marini, sono stati introdotti a pieno regime gli orari flessibili.

La fabbrica Zf di Padova

I duecento operai della fabbrica possono infatti usufruire del cosiddetto “orario a menù”, sistema innovativo che è anche frutto dello studio del Politecnico di Milano. Un sistema che si è cominciato a sperimentare nel 2001 e che è stato poi migliorato nel tempo.

In pratica funziona così: gli operai, ogni due mesi, non devono far altro che compilare dei moduli in cui indicano i turni di lavoro preferiti, mentre l’azienda presenta le proprie esigenze produttive. A questo punto un apposito software incrocia i dati e ne ricava gli orari. Questi ultimi possono essere “di carico”, più faticosi, o “di scarico”, cioè meno lunghi. L’importante è raggiungere le 40 ore di lavoro a settimana prestabilite.

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Ed ecco che di colpo la soddisfazione di chi lavora in fabbrica non diventa solo possibile, ma anche facile da ottenere. Come sottolinea Luca Bettio, delle Rappresentanze Sindacali Unitarie: «Ci abbiamo guadagnato tutti. Abbiamo abolito lo straordinario, strumento in mano ai capetti, e l’abbiamo sostituito con un premio per la flessibilità. Così ognuno può bilanciare la sua vita familiare con quella della fabbrica, e in tempi di asili che chiudono e di anziani da accudire non è poco». In effetti il bilancio del nuovo sistema sembra essere molto positivo: l’assenteismo è diminuito, e la produttività è aumentata.

Una ricetta, quella dell’orario flessibile, che i dipendenti sembrano davvero aver gradito, soprattutto perché consente di dedicarsi anche alla propria sfera privata. Con le parole del delegato sindacale Gianluca Badoer: «La fabbrica era una gabbia rigidissima, come nella Manchester dell’800, noi siamo riusciti a rompere quel meccanismo e a gestire la flessibilità in modo collettivo e con vantaggio reciproco». Ne è una prova la storia di Daniele Olivieri, di trent’anni, che lavora al reparto del montaggio e che nel tempo libero gestisce la “Zattera Urbana”, un’associazione di volontariato che si occupa di integrazione. O quella di Daniele Agostini, che la mattina può accudire i figli mentre la moglie è al lavoro. Per non parlare di un dipendente che è riuscito a laurearsi in ingegneria, sfruttando il tempo libero.

Il successo strategico dell’“orario a menù” è stato confermato anche dall’Eurofound, l’agenzia dell’Unione Europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, che nel suo rapporto 2009 ha indicato la flessibilità come uno degli strumenti migliori per uscire dalla crisi. Per la sociologa Marina Piazza questa infatti «è la prova che non bisogna avere paura a cercare orizzonti più ampi, importante in un periodo in cui si deve immaginare una nuova mappa del welfare».

*Scuola di Giornalismo Luiss