Pensioni d’oro: rapina impossibile. Così blocco e tasse in aumento per tutti

Pubblicato il 30 Giugno 2013 11:52 | Ultimo aggiornamento: 30 Giugno 2013 11:52
Pensioni d'oro: rapina impossibile. Così blocco e tasse in aumento

Carlo Dell’Aringa: per punire i pensionati, aumento delle tasse per tutti

Il tema delle pensioni d’oro è sempre di attualità. Annidato in qualche Ministero, c’è qualcuno cui non va giù che ci siano pensioni alte, forse perché ne è escluso. Non importa se queste pensioni sono d’oro, come si dice, perché frutto di contributi pagati nell’arco di una vita di lavoro, non importa se quei soldi, versati su una polizza vita, oggi nessuno li metterebbe in discussione. Le radici del partito dell’invidia, che in Italia è trasversale e va da Fratelli d’Italia a Sel, hanno ben attecchito. Sta emergendo in Italia una tendenza all’appiattimento e alla depressione dei valori, che fa rimpiangere la Unione Sovietica, cui sempre più la classe politica, a destra e a sinistra, sembra ispirarsi.

Per questo ci sono menti sempre in azione, non per tagliare gli sprechi, ma per togliere quello che è dovuto ai cittadini.

 

La questione, certo, è delicata, e, scrive Gianni Trovati sul Sole 24 Ore,

“corre a cavallo tra ragioni politiche e di bilancio”.

Pochi giorni fa la Corte Costituzionale

“ha cancellato prima il «contributo di solidarietà» sugli stipendi pubblici sopra 90 mila euro e poi quello sulle pensioni dello stesso livello”.

E allora, informa Domenico Comegna sul Corriere della Sera, il ministro del Lavoro Enrico Giovannini è stato chiaro sulle intenzioni del governo:

“Sulle pensioni d’oro non si può mettere un contributo di solidarietà perché è stato bocciato dalla Corte Costituzionale ma si può bloccare l’indicizzazione (ovvero l’aggiornamento Istat)”.

Si tratta di un blocco che a seconda del livello di importo al quale si fissa

“può produrre effetti non trascurabili”.

In realtà, a quel che scrive Gianni Trovati, esiste già quel blocco: è il

“blocco delle indicizzazioni delle pensioni superiori a 5 volte il minimo: una cifra che si attesta poco sotto i 30 mila euro annui, lontanissima dai redditi considerati «d’oro» (e dai tavoli della Consulta)”.

Si vede bene che  si tratta di bassissima demagogia. Lo confermano le parole del sottosegretario al Lavoro Carlo Dell’Aringa, il quale ha

“assicurato l’intenzione del Governo di ribattere il punto, soprattutto per «incidere sulla sperequazione all’interno della spesa pensionistica»  [ma alla luce della sentenza della Corte costituzionale] occorre evitare di riservare le tagliole a una sola categoria (l’articolo 53 della Costituzione spiega che tutti i cittadini devono pagare le tasse in base alla propria «capacità contributiva», a prescindere dall’origine del reddito)”.

Così il prode Dell’Aringa ha indicato nel «prelievo fiscale» la via più universale e quindi a prova di esame costituzionale. Poco importa se la pressione fiscale in Italia, tra le più alte del mondo, salirà ancora. Importante è soddisfare l’odio sociale.

A innescare il ragionamento di Dell’Aringa è stata un’interpellanza del Pd, ma anche dal Pdl il capogruppo alla Camera Renato Brunetta, “mente” economica del partito, si dice interessato alla questione:

“Aspettiamo che il Governo faccia proposte, vediamo se ne avrà il coraggio: certo è che la sentenza della Consulta grida vendetta”.

Sarà bene che i suoi elettori ne prendano nota.

Che sia solo demagogia e odio sociale lo confera Gianni Trovati, che, non capisce bene, ma sembra mescolare pensioni e redditi in generale:

“Un dato è certo: dichiarazioni dei redditi alla mano, la platea non è sterminata ma significativa. I «contributi» di solidarietà cancellati dalla Consulta partivano da 90 mila euro, e nel 2011 a dire al Fisco di guadagnare più di questa cifra sono stati 555.294 persone, cioè l’1,35% dei contribuenti. Il 57,9% di loro è lavoratore dipendente, un altro 28,3% è rappresentato da pensionati e i lavoratori autonomi sono il 13,8 per cento.

“Sopra i 100 mila euro di reddito lordo annuo si collocano 428.032 contribuenti (l’1% del totale), sopra i 150mila sono in 156.728 (0,38%) e sopra i 300mila in 31.752 (8 dichiarazioni ogni 10 mila). Questi ultimi sono gli unici che pagano il contributo di solidarietà ancora in vigore, quello che chiede il 3% lordo (deducibile, dunque 1,71% netto) della quota di reddito che supera appunto i 300 mila euro”.

La vicenda è ben riassunta da Domenico Comegna:

“Nell’ambito di una manovra economica straordinaria, [il Governo Berlusconi], a pochi mesi dalla sua uscita di scena (ad agosto del 2011), aveva chiesto un sacrificio a tutti i pensionati più ricchi, chiamandoli a pagare un contributo straordinario del 5% sulla parte di assegno Inps che oltrepassa i 90 mila euro e del 10% sulla quota che supera i 150 mila.

“Poi, alla fine dello stesso anno, il Governo Monti e l’ex-ministro del welfare, Elsa Fornero, hanno rincarato ulteriormente la dose, applicando un contributo di solidarietà del 15% anche sulla parte di rendita che, per pochi fortunati, supera i 200 mila euro. Interessati al «contributo di perequazione sui trattamenti pensionistici» (così tecnicamente viene definito il prelievo) sono tutti i pensionati, sia ex lavoratori pubblici che privati, in quanto ai fini dell’individuazione dei soggetti tenuti al contributo la legge (ora bocciata) non fa riferimento al rapporto di lavoro precedente al pensionamento, ma soltanto all’importo complessivo della somma intascata, considerando tutti i trattamenti, sia quelli obbligatori che quelli integrativi e complementari, erogate da Inps, ex Inpdap nonché da enti diversi, con esclusione delle sole prestazioni assistenziali (assegni straordinari di sostegno a reddito, pensioni erogate alle vittime del terrorismo, rendite Inail)”.

Una vera porcata.