Pensioni giornalisti: “Solidarietà estorta da Inpgi è pizzo”

Pubblicato il 1 Novembre 2015 7:09 | Ultimo aggiornamento: 1 Novembre 2015 0:26
Pensioni giornalisti: "Solidarietà estorta da Inpgi è pizzo"

I giornalisti pensionati dicono no alla silidarietà imposta da Inpgi: “Nella malavita si chiama pizzo”

TORINO – La polemica attorno alle pensioni ha spaccato la categoria dei giornalisti, divisi da un odio generazionale che ha nel mirino destra e sinistra e ha ridisegnato i confini di credi e ideologie.  Ne fa fede la lettera aperta indirizzata a un gruppo di giornalisti da Salvatore Rotondo, oggi pensionato, fra il 1969 e il 2009 redattore di Stampa Sera e La Stampa.

La lettera aperta è indirizzata “ai colleghi del blog Sindacati regionali di stampa” e polemizza con la teoria, esposta nel blog, secondo cui i giornalisti pensionati sarebbero tenuti alla solidarietà verso i pensionati del futuro. Si tratta di una “solidarietà”, precisa subito Salvatore Rotondo, non spontanea ma che Inpgi, Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani

“vorrebbe estorcere agli iscritti. Non si era mai sentito parlare fino ad ora nel campo della previdenza di solidarietà estorte. Nella malavita sì e lo chiamano pizzo.

Sullo stesso tema avevate già pubblicato altri contributi, con toni via via sempre più accesi. Da quello, serio e ragionato di Gianfranco Summo, a quello di Alessandra Costante, che utilizza un piglio decisamente più aggressivo, fino all’intervento spazzatura pubblicato sotto lo pseudonimo “Fred Stand”. In cui l’autore arriva ad augurarsi, seppure vigliaccamente, attribuendo questo sentimento “ai giovani”, la morte rapida dei pensionati. Intervento che avrebbe voluto risultare ironico, ma è riuscito soltanto a rimanere squallido e che non merita di essere citato oltre. Se io vi scrivo e per porvi una domanda semplice e lo farà tra breve.

Il 29 marzo 2009, all’indomani della firma sotto il peggiore contratto mai stipulato tra Fnsi e Fieg, scrissi una Lettera aperta, che ritengo attuale, in cui dicevo che l’accordo raggiunto era “devastante”. Che conteneva una serie di pacchi dono – da parte della Fnsi alla Fieg -, a livello normativo ed economico, “da fare invidia al più munifico dei benefattori”. Ed in particolare quello “veramente regale sugli scatti di anzianità” che non sarebbero più stati “soggetti a rivalutazioni”.

Definivo ancora il contratto “una resa incondizionata senza l’onore delle armi”. Accusavo il sindacato unico di aver lasciato le nuove generazioni “in ostaggio degli editori facendone squadre di signorsì”. Giovani con stipendi al limite del sostentamento, pensioni misere “e un’unica possibilità per rimediare: piegare la schiena ogni volta che sarà chiesto loro e sbranarsi gli uni con gli altri”.

Concludevo invitando i colleghi a dimettersi dalla Fnsi – cosa che io feci il giorno stesso – con la speranza che molte dimissioni aprissero la strada a forme meno compromesse di sindacalismo.

Perché raccontare tutto questo? Perché a quel tempo ero alla vigilia della pensione e sapevo che quel contratto non mi avrebbe sottratto neppure un euro. Lo facevo per difendere le nuove leve del giornalismo.

E adesso la domanda. Vi ha mai sfiorato l’idea che chi oggi si oppone al prelievo forzoso, non lo faccia necessariamente ragionando sul proprio portafoglio? E che se si batte per l’intangibilità delle pensioni, lo faccia piuttosto per impedire un precedente che danneggerebbe (come hanno sottoscritto 201 colleghi in attività e in pensione in una Lettera aperta) “tutti i pensionati, di tutti gli Istituti, e tutti i lavoratori che pensionati prima o poi diventeranno”? Mai vi ha sfiorato?”.