Pensioni: tra fondi integrativi, ‘quote’ e ‘finestre’ ecco come cambia il fine-lavoro

Pubblicato il 2 Marzo 2011 13:40 | Ultimo aggiornamento: 2 Marzo 2011 13:40

ROMA – Cambia il lavoro, con la diffusione endemica dei contratti a tempo determinato o a progetto. Ma, anche se se ne parla meno, cambiano anche le pensioni.

Dagli anni Novanta ad oggi, sottolinea un lungo articolo di Enrico Marro sul Corriere della Sera, lo scenario è completamente diverso. Allora “gli uomini andavano in pensione a 60 anni e le donne a 55, c’era la possibilità della pensione di anzianità con 19 anni e mezzo di lavoro nel pubblico impiego (addirittura 14 e mezzo se lavoratrici madri) e col sistema retributivo si maturavano assegni pari all’80% dell’ultimo stipendio”.

“Adesso le prospettive sono migliorate, ma le proiezioni dicono che il grado di copertura medio delle pensioni scenderà drammaticamente intorno al 50-60% della retribuzione e per i lavoratori autonomi e per i giovani che dovessero restare intrappolati in lavori atipici anche meno, molto meno”.

Sembra necessario, quindi, soprattutto per i giovani che spesso iniziano la loro carriera lavorativa con un più o meno lungo perdiodo di precariato, tenere presenti i fondi integrativi.

Introdotti nel 1992, i nuovi fondi pensione faticano a decollare nonostante i tentativi da parte della legge di favorire il dirottamento di tutto il Trattamento di fine rapporto (Tfr), cioè l’accantonamento annuale prima destinato alla liquidazione, ai fondi stessi.

“Ancora oggi, sottolinea il Corriere, solo 5,3 milioni di lavoratori sono iscritti a un fondo su 23 milioni di possibili aderenti. I giovani che si fanno una pensione di scorta sono una minoranza”.

A ostacolare la scelta verso i fondi integrativi è anche la norma che non prevede la possibilità di tornare indietro al Tfr, che comunque dà un rendimento basso ma sicuro, una volta scelto il fondo.

Tra le ultime novità che riguardano le pensioni e che scattano proprio da quest’anno c’è la cosiddetta “quota” necessaria per lasciare il lavoro, comprensiva di età contributiva e anagrafica. Dal 2011 questa quota passa da 95 a 96 per i lavoratori dipendenti e da 96 a 97 per gli autonomi, con un’età minima rispettivamente di 60 e 61 anni.

“Significa, spiega Marro, che un dipendente può andare in pensione a 60 anni con 36 anni di contributi oppure a 61 con 35 di contributi. Un autonomo, invece, a 61+36 oppure a 62+37”.

Di fatto, però, una volta maturati i requisiti, come conseguenza della “finestra mobile” , bisognerà aspettare 12 mesi prima di poter accedere alla pensione, 18 se si è lavoratori autonomi.

“Dal 2010, poi, ricorda Marro, è partita la revisione dei coefficienti per il calcolo della pensione contributiva, e le aliquote verranno riviste ogni tre anni per tenere conto degli andamenti demografici. Più si allungherà la speranza di vita più si ridurrà la pensione, perché dovrà essere pagata per più tempo.

Anche l’età di pensionamento dal 2015 verrà revisionata ogni tre anni, per allungarla in rapporto alla maggior durata della vita media. In sede di prima attuazione, l’incremento non supererà comunque i 3 mesi.