Pensioni quota 100 mela col baco: Tfr dopo 5 anni, insegnanti da settembre 2020

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 7 gennaio 2019 9:17 | Ultimo aggiornamento: 7 gennaio 2019 12:49
Pensioni quota 100, mela col baco: Tfr dopo 5 anni, insegnanti da settembre 2020

Pensioni quota 100 mela col baco: Tfr dopo 5 anni, insegnanti da settembre 2020 (foto d’archivio Ansa)

ROMA – Pensioni quota 100 una mela avvelenata no, ma di certo col baco, con il verme dentro. Soprattutto per i dipendenti pubblici che decideranno di tentare di andare in pensione con la neonata quota 100, 38 anni di contributi e 62 di età. Il baco per loro è che il Tfr, il trattamento di fine rapporto, insomma la liquidazione, verrà pagata alla data in cui si sarebbe andati in pensione senza quota 100. In sostanza liquidazione pagata a 67 anni e non a 62.

Vai in pensione e la liquidazione la vedi cinque anni dopo o forse qualcosa in più addirittura. Già, perché i dipendenti pubblici il Tfr già aspettano di incassarlo un bel po’ di tempo dopo l’andata in pensione. Ne prendono un po’ circa sei mesi dopo ma l’erogazione è di fatto a rate e la rateazione può arrivare anche a due/tre anni se la liquidazione è di rilevante importo. Quindi un dipendente pubblico che qui e oggi dovesse andare in pensione quota 100, cioè a 62 anni, potrebbe aspettare i soldi del Tfr fino ai 68 e passa anni. Se non è baco nella mela questo…

E’ talmente baco, anzi verme, che il governo ci sta provando a chiedere aiuto…alle odiate banche. La liquidazione, i soldi della liquidazione dovrebbero essere le banche a prestarli a chi va in pensione. Prestarli perché poi verranno restituiti quando la liquidazione arriva. ma gli interessi del prestito chi li paga? Per ora a questo particolare non hanno fatto mente locale, così come non avevano fatto dal governo mente locale al particolare per cui mandando in pensione quota 100 occorrevano miliardi freschi per pagare le liquidazioni, miliardi che non ci sono.

Ma i bachi nella mela non son finiti qui: ci sono le finestre. Finestre per accedere a quota 100. In concreto: chi fa domanda di pensione avendo 62 anni e 38 di contributi aspetta tre mesi (la finestra) prima di andarci in pensione. Tre mesi se è un lavoratore privato. Sei mesi se è un pubblico dipendente. Quindi è di fatto quota 100 e mezzo.

Per alcune categorie poi è ancora più complicata, ad esempio gli insegnanti. Un insegnante che al 31 dicembre 2018 è a quota 100 va in pensione, se vuole, a settembre 2019. Ma se tocca quota 100 nei primi mesi del 2019 in pensione ci va a settembre 2020.

E poi c’è in quota 100 il baco più grosso di tutti, un autentico vermone: la pensione a 62 anni (e mezzo) è ufficialmente una porta che si chiude a tempo. E’ per definizione governativa e di legge misura “sperimentale” per tre anni. Fino al 2021 e poi si vede. Se ci arriva quota 100 al 2021. Se ci arriva perché come già mostra il 2019 i soldi per mandare in pianta stabile gli italiani in pensione a 62 anni non ci sono. Non oggi, come dimostrano le scelte governative delle finestre e del Tfr dilazionato. Tanto meno i soldi ci saranno domani. Fino al 2021, se va bene, e poi chi s’è visto s’è visto…E’ questo il vermone.

Quota 100 è che Lega e M5S avevano giurato al popolo di distruggere la legge Fornero e rimandare in pensione la gente a 60 anni o giù di lì. La cosa risultava, è risultata anche a loro, tra l’impossibile e il suicida. E quindi quota 100 (e mezzo) per 2/3 anni è il trofeo che si doveva mostrare all’elettorato. In pratica una legge Fornero presa a calci ma smontata e cancellata dalle basi proprio no. Nella speranza, abbastanza fondata, che l’elettorato non si faccia, qui e oggi, troppi problemi nell’addentare la mela, anche se dentro c’è il verme.  Poi magari, domani, il verme lo sputa. Ma un paio di anni sono un’enormità insondabile per lo sguardo lungo e profondo del governo Conte, Di Maio, Salvini.