Petrolio, riparte corsa al rialzo. Opec verso intesa per taglio barili

di redazione Blitz
Pubblicato il 28 novembre 2017 13:23 | Ultimo aggiornamento: 28 novembre 2017 13:23
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Petrolio, riparte corsa al rialzo. Opec verso intesa per taglio barili

MILANO – Riparte la corsa al rialzo del prezzo del petrolio. Alla vigilia del tradizionale vertice dei Paesi produttori a Vienna sembrano infatti confermate le indiscrezioni. La riunione tra i Paesi Opec e non Opec è prevista per giovedì 30 novembre e l’obiettivo comune è quello di estendere il taglio ai barili per spingere la quotazione del greggio.

Tutti i Paesi membri dell’Opec sarebbero pronti a estendere di nove mesi, fino alla fine del 2018, i tagli alla produzione di greggio. Questo vuol dire che il mercato dell’oro nero dovrà fare a meno di 1,8 milioni di barili al giorno al fine di sostenere il prezzo di greggio e derivati. Così come era stato stabilito a fine 2016 per il periodo che andava fino a marzo 2018. Al netto di sorprese dell’ultima ora, la corsa rialzista dovrebbe quindi ripartire.

Tuttavia, a due giorni dal meeting di Vienna, manca ancora l’impegno della Russia. Secondo quanto riporta l’agenzia Bloomberg, che cita fonti vicine al dossier, Mosca nutrirebbe il timore che sostenere i prezzi al di sopra dei 60 dollari al barile finisca per dare una mano ai produttori rivali statunitensi specializzati nelle estrazioni di scisto, o shale oil.

Come spiega Francesco Semprini sul quotidiano la Stampa:

A questo punto però occorre fare due considerazioni. La prima è che il rincaro del greggio potrebbe innescare una serie di reazioni da parte di alcuni Paesi come gli Stati Uniti. Il barile a 70 dollari rende di nuovo appetibile una diversificazione della produzione energetica declinata su fonti alternative. Nell’America poi tornerebbe in auge lo «shale oil», ovvero il petrolio di scisto le cui tecniche di estrazione sono complesse tanto da renderne lo sfruttamento economicamente non convenienti dinanzi a bassi livelli del prezzo del greggio tradizionale.

È stato proprio l’avvento dello shale oil, assieme alla depressione della domanda e al «superdollaro» (tornato vicino alla soglia di parità con l’euro) a causare il collasso del prezzo del barile dopo che aveva raggiunto nel giugno 2014 la quota orbitale di 120 dollari. La riluttanza di alcuni Paesi a trovare un’intesa per tagliare la produzione, in particolare l’Arabia Saudita che ha poi pagato un prezzo non indifferente in termini di ricadute per la sua economia e le finanze di Riad, hanno fatto il resto. All’intesa si è finalmente arrivati alla fine dello scorso anno e questo ha permesso di «rianimare» il prezzo del barile. Anche se, ed è questa la seconda considerazione, non è chiaro quanto ancora potrebbe durare l’allineamento tra Opec e altri produttori.