Pil Usa corre, +2,7%, trainata dall’auto. E in Europa cresce il “tasso” fiducia

Pubblicato il 30 Novembre 2012 12:11 | Ultimo aggiornamento: 30 Novembre 2012 14:17
Los Angeles auto show 2012: l’auto traina la crescita Usa nel terzo trimestre

NEW YORK – Il Pil Usa ha ripreso a correre (rispetto a congiuntura e aspettative) nel terzo trimestre (+2,7%), spinta dall’incremento degli ordini industriali e dall’effervescenza del mercato dell’auto (simboleggiato dal Los Angels auto show in corso di svolgimento). Anche in Europa, che ha festeggiato nelle  Borsa i dati del Pil Usa, si intravedono spiragli positivi: tra le società di industria e commercio cresce il “tasso” di fiducia (85,7 a novembre contro l’84,3 di ottobre). Il tasso di fiducia è un indicatore economico utile a predire la disponibilità a investire. In questo momento è il primo segnale dalla scorsa primavera che annuncia come le compagnie possano finalmente abbandonare la stagione dei tagli e ricominciare a investire. Come sottolinea il Wall Street Journal è il fattore decisivo per uscire dalla crisi finanziaria o tuffarsi in una recessione prolungata.

Mentre il presidente americano, Barack Obama, è al lavoro per evitare i rischi recessivi legati al “fiscal cliff”, il pil statunitense nel terzo trimestre del 2012 ha messo a segno la migliore performance degli ultimi tre anni, crescendo del 2,7%: una netta accelerazione rispetto all’1,3% dei tre mesi precedenti e rispetto alla prima stima che era stata del 2%. I mercati europei hanno festeggiato: le borse del vecchio continente hanno chiuso con decisi rialzi e Milano, la migliore, ha chiuso a +2,81%). Più timido, invece, il segno positivo di Wall Street che viaggiava verso un +0,4% a metà seduta.

Il dato sulla crescita in realtà era atteso. Anzi, gli analisti si aspettavano un risultato ancor più positivo, con una crescita del 2,8%. Ma la Casa Bianca può tirare un sospiro di sollievo: non ci sono state sorprese, con Obama che ora può tentare più serenamente l’affondo per un accordo sul deficit che vuole centrare assolutamente entro Natale. Accordo che permetterà di annientare lo spettro di un aumento automatico delle tasse e un restringimento conseguente della spesa pubblica. Proprio il salto qualitativo che aumenta gli ordini industriali e la spesa federale sono stati determinanti per la crescita complessiva del pil.

A trainare l’economia statunitense da luglio a settembre è stato soprattutto l’aumento dell’1,1% delle esportazioni (che nel corso della prima lettura erano addirittura in calo dell’1,6%). Deludente, invece, l’aumento della spesa per i consumi delle famiglie, cresciuta solo dell’1,4%. Non tanto quanto si era sperato (in prima lettura era indicato un +2%) e inferiore al trimestre precedente, ma comunque in grado di contribuire all’impennata del pil. Sul fronte delle importazioni, poi, si registra un modesto aumento dello 0,1% (anche se il dato in prima lettura era di -0,2%), mentre le scorte nel settore privato sono salite dell’1,9%.

Male invece gli investimenti delle imprese – soprattutto quelli nell’innovazione tecnologica – scesi del 2,2% contro l’1,3% della prima stima. Non entusiasmante, infine, il dato sui sussidi di disoccupazione: le richieste negli ultimi sette giorni sono scese a 393.000 dalle 416.000 della settimana precedente. Gli analisti avevano previsto un calo a 390.000. Gli occhi, comunque, sono ora sempre più puntati sulle trattative sul fiscal cliff tra Casa Bianca e Capitol Hill. Ed è questo che ha dato euforia ai mercati. Del resto il tempo stringe, e se non si trova una soluzione sulla riduzione del deficit entro 23 giorni le conseguenze per l’economia – come ha ricordato il presidente Obama – saranno gravi: non solo per l’economia americana, ma per quella mondiale.