Usa. La ripresa c’è: +1,7% e dal 2014 un Pil “gonfiato” dalla statistica

di Redazione Blitz
Pubblicato il 31 Luglio 2013 16:36 | Ultimo aggiornamento: 31 Luglio 2013 16:40
Il Pil Usa si regala un 3%: film e canzoni sono investimenti produttivi

Il Pil Usa si regala un 3%: film e canzoni sono investimenti produttivi

ROMA –Usa. La ripresa c’è: +1,7% e dal 2014 un Pil “gonfiato” dalla statistica. Non è un “sentiment” che ispira fiducia: la ripresa americana c’è, è consistente e certificata da un balzo imprevisto nell’ultimo trimestre del Pil. +1,7% con la produzione industriale che cresce oltre le aspettative degli analisti (a Wall Street si stimava un +1,1%), stimolata dalla politica espansiva della Fed. Che a questo punto potrebbe invertire la tendenza e consentire all’economia americana di camminare sulle proprie gambe.

Sulla fine degli stimoli della Fed, a partire da un rialzo dei tassi d’interesse, bisogna ormai ragionare solo sul quando avverrà. Di sicuro, invece, un aiuto arriverà dalla statistica, con l’annuncio di nuovi criteri di calcolo del Pil che includono i fattori immateriali: una revisione storica nel computo scientifico della produzione di ricchezza. Che inevitabilmente crescerà, al punto che il Sole 24 Ore  ha titolato “Il Pil Usa gonfiato del 3%”. Ma non si tratta di doping contabile: vengono, invece, presi in considerazione i benefici attesi dalle spese per ricerca e copyright indipendentemente dai ricavi che saranno realizzati. Cioè verranno considerati investimenti produttivi le spese di ricerca per un nuovo brevetto come le spese di produzione di un nuovo film o una sit-com di successo eventuale. Investimenti paragonabili a quelli utili all’acquisto di nuovi macchinari.

E infatti, sul sito di Bloomberg, alle notizie economiche, hanno fatto capolino i nomi apparentemente incongruenti di Seinfeld, la situation comedy americana e di Kim Kardashian, effimera stella dei reality: il primo batte la seconda, le cui prospettive economiche sono limitate al suo cachet e non influiscono su una redditività futura. Certo, la prima reazione nell’Europa dell’ossessione dei vincoli di bilancio agganciati alle forche caudine del rapporto deficit/Pil (un feticcio?), è di meraviglia e di invidia. Non sarebbe bello rivitalizzare il denominatore stanco (il Pil) a colpi di innovazioni creative?

Fabrizio Galimberti sul Sole 24 Ore smorza gli entusiasmi (soprattutto per l’Italia che vanta una percentuale di spese per la ricerca rispetto al Pil ferma all’1,25%, con gli Usa al 2,87% e la Germania al 2,84%). Il fatto è che l’ingresso delle opere artistiche e dei diritti d’autore, stabilito dagli Usa, non avrebbe un effetto dirompente in Eurolandia. Nel 2007 (anno base per la rivisitazione contabile) negli Usa, l’inclusione fra le spese di investimento di quelle impiegate per ricerca e innovazione, valeva una cifra intorno ai 300 miliardi di dollari, di cui 70 imputabili a creazioni artistiche. E comunque, anche considerando quel 3% di maggiorazione oggi saremmo a un rapporto deficit/Pil del 2,8%, contro il 2,9% reale.

Come si è arrivati a questa nuova impostazione contabile? Questi fattori immateriali sono associabili a un capannone a un tornio per quanto riguarda tre aspetti economici rilevanti: diritto di proprietà, durata e utilizzo ripetuto. Fino ad ora la proprietà intellettuale sfuggiva dai parametri utilizzati nelle statistiche per valutare i benefici attesi nel futuro. Resta il problema di fondo che riguarda l’economia, scienza che non può sempre effettuare misure certe, come per esempio la fisica, dovendo utilizzare sovente grandezze approssimative. La misurazione è resa difficile dall’assenza di prezzi di riferimento evidenti di mercato riferibili alla produzione di ricerca e sviluppo capaci di fornire indici di calcolo univoci.