Prato, ecco perché: meno di cinque euro per una giacca

di Redazione Blitz
Pubblicato il 3 Dicembre 2013 14:30 | Ultimo aggiornamento: 3 Dicembre 2013 14:30
Prato, ecco perché: meno di cinque euro per una giacca (Sole 24 Ore)

Prato, ecco perché: meno di cinque euro per una giacca (Sole 24 Ore)

PRATO – Le spiegazioni della tragedia di Prato, sette operai cinesi morti nell’incendio di una fabbrica-dormitorio, sono tutte nei numeri che mette in fila Silvia Pieraccini sul Sole 24 Ore:

  • Giro d’affari di 2 miliardi
  • dei quali almeno un miliardo è economia illegale
  • 3.700 imprese cinesi che operano nella filiera tessile a Prato
  • delle quali 500 si sono iscritte alla Camera di Commercio nel primo semestre 2013
  • Un milione di capi d’abbigliamento confezionati ogni giorno,
  • dei quali 700 mila destinati all’export
  • e 300 mila destinati al mercato italiano
  • Una giacca a tre bottoni costa meno di cinque euro
  • Un pantalone 3,20 euro
  • Nelle fabbriche dormitorio si lavora 16-18 ore al giorno
  • La “mortalità” dei contratti, quando ci sono, è altissima:
  • a distanza di quattro anni solo l’8% dei lavoratori risulta ancora occupato.
  • Il 91% dei contratti è a tempo indeterminato, tanto all’operaio si fanno firmare le dimissioni in bianco.
  • Il tasso di “turn over”, di imprese cinesi che nascono e muoiono per sfuggire ai controlli, è del 45,3%.
  • Un’inchiesta della Procura antimafia ha documentato un maxi riciclaggio di 5 miliardi via money transfer della mala italo-cinese
  • Si indaga anche sull’impennata di mutui concessi da banche di Prato a cinesi che ufficialmente avrebbero uno scarso reddito.

“È in virtù di questi numeri – 1 azienda su 6 a Prato è cinese, i residenti provenienti dal paese del Dragone continuano a crescere senza freni (oggi sfiorano i 16mila, ai quali vanno aggiunti i non-residenti, per un totale che supera i 40mila orientali) – che la città toscana nel 2012 è risultata al primo posto in Italia per incidenza delle imprese a conduzione straniera sul totale di quelle registrate, col 26% (al secondo posto c’è Trieste con l’11%).

A dare linfa e vigore a questo esercito di aziende manifatturiere è l’infinita disponibilità di manodopera senza pretese e senza diritti, che gli imprenditori cinesi possono reperire in qualsiasi momento anche in altre città d’Italia e d’Europa, attivando il sistema di relazioni ramificate all’interno delle altre comunità cinesi.

È per questo che una delle principali carte che il distretto cinese può spendere sul mercato internazionale è la rapidità nello smaltimento delle commesse – fino ad assicurare abiti e magliette cuciti e stirati in 48 ore – unita, naturalmente, al basso costo della manodopera, che può essere anche nullo nel caso (assai frequente) in cui il lavoratore cinese debba ripagare col proprio lavoro il costo della trasferta in Italia che è stato anticipato dal datore di lavoro o da organizzazioni criminali.

Il risultato è una competizione sul prezzo che lascia allibiti: una giacca a tre bottoni costa 2,30 euro di cucitura, 45 centesimi di bottoni, 80 centesimi di stiratura, 30 centesimi di taglio e 50 centesimi di guadagno del confezionista, per un prezzo totale di 4,35 euro a cui va aggiunto quello della stoffa (spesso importata dalla Cina a prezzi dieci volte inferiori a quelli dei tessuti prodotti a Prato, 50 centesimi al metro contro cinque euro); il costo di un pantalone può arrivare a 3,20 euro, comprensivo di 1,50 euro di cucitura, 10 centesimi di bottoni, 80 centesimi di stiratura, 30 centesimi di taglio e i “soliti” 50 centesimi di guadagno del confezionista.

Nei laboratori-dormitorio si lavora fino a 16-18 ore al giorno (le restanti servono per dormire e mangiare senza muoversi dallo stabilimento), senza neppure conoscere conquiste come il salario minimo e l’orario di lavoro. In realtà il funzionamento del mercato del lavoro cinese a Prato – messo in luce da una ricerca dell’istituto Ires del 2012 – è in grado di scoraggiare anche un volenteroso sindacalista alle prime armi: la mortalità dei contratti è altissima, e a distanza di quattro anni (dal 2008 al 2012) appena l’8% dei lavoratori risulta ancora occupato. Di fronte a una stima di lavoratori cinesi a Prato che si aggira sui 30-35 mila, poco più di 12mila sono quelli impiegati (rispetto agli oltre 38mila che hanno avuto un contratto negli ultimi anni), per il 70% nel settore abbigliamento. Ventimila lavoratori, in gran parte clandestini, restano invisibili alle banche dati e al fisco.

Gran parte dei contratti, addirittura il 91%, è a tempo indeterminato, fatto che si spiega con la consolidata abitudine dei datori di lavoro cinesi di pretendere dal lavoratore una lettera di dimissioni in bianco; e la forma di gran lunga prevalente è il part time, così da pagare meno contributi”.