Quantitative easing: cos’è, che significa, come funziona, cosa farà la Bce di Draghi

di Antonio Sansonetti
Pubblicato il 21 Gennaio 2015 13:07 | Ultimo aggiornamento: 21 Gennaio 2015 20:11
Quantitative easing: cos'è, che significa, come funziona, cosa farà la Bce di Draghi

Il Quantitative easing spiegato da un grafico di Ansa-centimetri (clicca sull’immagine per ingrandire)

ROMA – Quantitative easing, che cos’è, come funziona, cosa significa, quali sono le alternative per la Banca centrale europea di Mario Draghi, quali potrebbero essere le conseguenze per l’economia europea. Acquisto massiccio di titoli di Stato e asset bancari, immissione di liquidità nel sistema economico, stampa di nuova moneta, svalutazione dell’euro, inflazione, calo dello spread e degli interessi sul debito pubblico: il quantitative easing è e comporta tutte queste cose.

Tradotto alla lettera significa “facilitazione quantitativa” o “allentamento/alleggerimento quantitativo”. Nella quantità c’è la chiave degli effetti che una manovra del genere può avere sull’economia: maggiore è la quantità di denaro che si immette con questa operazione, maggiore è la “facilitazione”. Si accompagna spesso all’espressione “iniezione di liquidità“, in opposizione ad un altro termine tecnico molto usato che è il “credit crunch”.

Perché il sistema del credito e il buon funzionamento di un’economia capitalistica si basa, come avviene per il sangue, sulla “circolazione”. Se il denaro circola, ovvero viene prestato, investito e speso, l’economia gira, il Pil (Prodotto Interno Lordo) sale e con esso l’occupazione. Se invece si formano dei “grumi” che impediscono al denaro di circolare, l’economia rischia l’infarto, il sistema creditizio la trombosi.

5 x 1000

Per impedire “infarto” dell’economia e “trombosi” del credito si può far scattare il Quantitative easing. È uno strumento “non convenzionale” (Mario Draghi lo ha definito “bazooka”), da utilizzare quando tutti gli altri metodi normali non hanno funzionato. È il caso della Bce, che ha abbassato i tassi d’interesse portandoli vicino allo zero e ha addirittura fissato dei tassi negativi per le somme depositate presso la stessa Bce. In pratica le banche europee, se tengono fermi i loro soldi nella Banca centrale europea, non maturano interessi ma pagano.

Ciò nonostante le banche, anche per i criteri restrittivi anti-default fissati da Basilea 3, non hanno ripreso a prestare a famiglie e imprese e l’economia europea si è avviata verso la stagnazione, con l’andamento dei prezzi che in un circolo vizioso tende alla deflazione. E visto che il problema principale dell’Eurozona è stato individuato dai suoi stessi vertici nei debiti pubblici, deflazione e Pil che non cresce sono due condizioni per le quali la riduzione del debito diventa un obiettivo impossibile.

L’inflazione è infatti amica dei debitori, perché erode il debito. Esempio: se io ti devo 100, con l’inflazione al 10% l’anno prossimo ti dovrò 90. E l’inflazione fa salire i prezzi, di conseguenza i consumi (se il denaro si svaluta, meglio spenderlo che tenerlo in banca) e quindi anche il Pil: più aumenta il Pil, più gli Stati sono in condizione di ridurre il debito. Esempio 2: se io ti devo 100 e guadagno 200, ho più margini per ripagare il mio debito se l’anno successivo guadagnerò 220.

Il quantitative easing porta sicuramente inflazione, ed è stato già provato con successo dalle banche centrali di Stati Uniti, Giappone e Gran Bretagna. In particolare il modello indicato all’Europa è quello della Fed, la Federal reserve americana, banca centrale che sotto la direzione di Ben Bernanke e in simultanea con l’omologa Bank of England, ha deciso dal marzo 2009 un piano massiccio di acquisti di titoli di Stato e immissione di liquidità nel sistema. Piano di recente confermato e che viaggia su una cifra di 85 miliardi di dollari al mese. Così gli Usa si sono tirati fuori dalla crisi prima facendo ripartire il Pil e poi tornando a far crescere l’occupazione. E senza dare peso all’aumento parallelo del debito pubblico, che si avvia la cifra monstre di 20 mila miliardi di dollari.

I detrattori del Quantitative easing sostengono però che quello in cui agisce la Bce è un contesto diverso, perché si tratta di 19 Stati (quelli dell’area euro) con altrettanti sistemi economici e perché in Europa le imprese si finanziano attraverso le banche, mentre negli Usa si finanziano direttamente sul mercato. Significa che non è automatico che – immettendo liquidità nel sistema – il flusso di soldi arrivi alle imprese invece di ristagnare nei forzieri delle banche. Finora a tutti gli stimoli che venivano dalla Banca centrale gli istituti di credito europei hanno risposto picche, preferendo la solidità dei propri bilanci a politiche di investimento e di “scommessa” su una ripresa dell’economia.

Ma la mossa della Banca centrale svizzera, quella di abolire il tetto del cambio tra franco svizzero ed euro (fissato a 1,2 franchi per 1 euro) è sembrata una spia del fatto che il quantitative easing, dopo almeno tre anni di chiacchiere, sia una mossa imminente. La Svizzera svaluta il suo franco in previsione di una svalutazione dell’euro (diretta conseguenza di una massiccia iniezione di liquidità da parte della Bce). Quindi il quantitative easing si fa. Probabilmente si sa anche quando: al termine della due giorni di direttivo della Bce, domani 22 gennaio 2015. Resta da capire il “come” e il “quanto”.

Sul “come” ci sono almeno un paio di alternative. La prima è che la Bce decida di comprare centinaia di miliardi di titoli di Stato, in pratica quote di debito pubblico dei 19 Stati europei, mettendolo interamente nel bilancio della stessa banca centrale con sede a Francoforte. La seconda opzione, caldeggiata dalla Germania, è quella del 50/50: che la Bce condivida “fifty-fifty” i rischi del quantitative easing con le 19 banche centrali dei singoli Stati. Metà dell’operazione sarà a carico della Bce, metà a carico delle 19 banche centrali. Così verrebbe dimezzato il rischio ma anche l’eventuale l’impatto positivo del quantitative easing.

E poi c’è il “quanto”. Dal 2012 si parla di un’operazione da 1.000 miliardi di euro (il budget attuale della Bce è di 2.000 miliardi). Se ne parla perché è la cifra che Draghi avrebbe voluto impiegare. Ma, tranne alcuni analisti che parlano di 700 miliardi, la cifra più accreditata è quella di 500 miliardi di euro.