Quantitative easing, a Weidmann non va giù: “Troppi rischi”

di Michele Esposito (ANSA)
Pubblicato il 23 Gennaio 2015 23:12 | Ultimo aggiornamento: 23 Gennaio 2015 23:13
Quantitative easing, a Weidmann non va giù: "Troppi rischi"

Quantitative easing, a Weidmann non va giù: “Troppi rischi”

(ANSA) – DAVOS (SVIZZERA) – L’Europa applaude, la Germania resta scettica. Il ‘day after’ del Quantitative Easing trova Berlino e i restanti Paesi europei fermi su due posizioni sensibilmente diverse. Non scema, nonostante l’endorsment di Angela Merkel, lo scetticismo della Germania che nella sua ala più intransigente, interpretata dal presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, mette in guardia dai rischi che comporterà l’intervento della Bce.

Un intervento che il gotha dell’ economia mondiale, ancora oggi riunito al World Economic Forum, giudica “necessario ma non sufficiente”: la vera crescita, è il refrain che rimbalza a Davos, arriverà solo dalle riforme. Ad aprire la giornata delle reazioni europee è la cancelliera Merkel che, dopo le titubanze mostrate ieri, da Firenze – dove ha visto il premier Renzi – si spinge a definire il QE una decisione “molto importante. Credo che tutto quello che verrà messo in atto darà impulso alla ripresa”.

Parole che, tuttavia, non affievoliscono le forti critiche che arrivano, anche da media autorevoli come Faz, da Berlino. Il QE “non è uno strumento come gli altri. Comporta dei rischi” e aumenta la possibilità che “sia trascurata” dai Paesi in difficoltà la solidità dei bilanci, attacca il numero uno di Bundesbank Weidmann, che, quasi a mettere nero su bianco la contrarietà già espressa nel board di Eurotower, incalza: “Gli acquisti riducono la pressione” sulla necessità di proseguire nelle riforme, “anche su Paesi come Italia e Francia. Sarebbe però pericoloso non portare avanti il percorso delle riforme”.

Insomma, il ‘bazooka’ di Draghi a Berlino e dintorni continua a non piacere e non aumenta la fiducia nei tedeschi per i Paesi in ritardo. E basta vedere la freddezza dei commenti del ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble, per capirlo. Impegnato in un piccante dibattito al Wef con il collega britannico George Osborne, l’omologo spagnolo Luis De Guindos e il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, Schaeuble si nasconde dietro il “rispetto” per l’indipendenza della Bce, senza mancare di osservare che, a suo parere anche Draghi è consapevole che la sola politica monetaria non porta alla crescita.

Poi, incalzato dall’anchorman della Cnbc che moderava il panel, il ministro getta la maschera e si rivolge a quella Grecia che, con Alexis Tsipras alla guida, presto potrebbe creare più di un grattacapo al patto di stabilità Ue: Atene sarà “fuori dal programma di QE se non rispetterà il programma di riforme”. Ma proprio sul binomio QE-riforme arriva a Davos una diversa chiave di lettura, quella del presidente francese Francois Hollande. Il QE, è il messaggio del titola re dell’Eliseo condiviso, da Firenze, anche da Renzi, non solo “non deve portare a differire sulle riforme ma ci obbliga ad essere più audaci” in interventi che incentivino crescita e occupazione. Interventi che, Hollande tiene a sottolineare, si faranno presto anche in Francia, ma tenendo ben presente la stella polare della redistribuzione della ricchezza. Riforme, insomma, in ogni caso. Anche perché, è l’annotazione del Cancelliere dello Scacchiere Britannico George Osborne, il QE da solo non basta e “i Paesi che non le hanno fatte sono stati puniti”.