Reddito di cittadinanza: per gli stranieri servono anche le carte dal paese d’origine, tradotte e timbrate in Italia

di Redazione Blitz
Pubblicato il 20 febbraio 2019 11:18 | Ultimo aggiornamento: 20 febbraio 2019 11:18
Reddito di cittadinanza: per gli stranieri servono anche le carte dal paese d'origine, tradotte e timbrate in Italia

Reddito di cittadinanza: per gli stranieri servono anche le carte dal paese d’origine, tradotte e timbrate in Italia

ROMA – Diventa più complesso il percorso del reddito di cittadinanza per gli stranieri extracomunitari: la commissione Lavoro del Senato ha approvato un emendamento della Lega al decretone che vincola l’accesso alla presentazione di “certificazione” di reddito e patrimonio e del nucleo familiare rilasciata dallo Stato di provenienza, “tradotta” in italiano e “legalizzata dall’Autorità consolare italiana”. Esentati i rifugiati politici e chi proviene da Paesi dai quali non è possibile ottenere la certificazione. Il ministero del Lavoro avrà però tre mesi per stilare la lista di questi Paesi.

Oltre ai requisiti fiscali e a quelli legati alla residenza in Italia, per chiedere il beneficio continuerà a essere sufficiente la presenza di un familiare in possesso di un permesso di soggiorno. Nella nuova formulazione dell’emendamento della Lega viene però specificato che il familiare può essere il coniuge o il partner con un’unione registrata. In alternativa si può trattare dei figli minori di 21 anni o degli ‘ascendenti’ del coniuge o del partner.

Altro emendamento approvato dalla Commissione Lavoro riguarda le condizioni di accesso al sussidio: non avrà diritto al reddito di cittadinanza solo il componente del nucleo familiare disoccupato a seguito di dimissioni volontarie nei dodici mesi successivi alla data delle dimissioni, fatte salve le dimissioni per giusta causa. Il testo originario prevedeva, invece, che tutto il nucleo familiare non avrebbe avuto diritto al reddito se tra i suoi membri ci fosse stato un soggetto che avesse presentato dimissioni volontarie (per i dodici mesi successivi alla data delle dimissioni).