Renzi la patrimoniale non la fa: smontata la tigre di carta della sinistra

di Redazione Blitz
Pubblicato il 19 febbraio 2014 10:30 | Ultimo aggiornamento: 19 febbraio 2014 14:29
Renzi la patrimoniale non la fa: è una tigre di carta della sinistra

Renzi la patrimoniale non la fa: è una tigre di carta della sinistra

ROMA – Matteo Renzi la patrimoniale non la fa. Smontata la tigre di carta della sinistra. Quella della patrimoniale è una delle più fiere e pericolose scemenze che circolano a sinistra, anche a livelli alti tipo Giuliano Amato e Fabrizio Barca, che lo ha detto ancora pochi giorni fa al falso Vendola, una sciocchezza buona solo per mettere in ginocchio l’economia e fare vincere le prossime elezioni a Berlusconi.

Cosa pensino gli italiani delle tasse lo hanno gridato in 60 mila a piazza del Popolo a Roma: le tasse ci stanno uccidendo.

Secondo Matteo Renzi, per ridurre il cuneo fiscale e abbattere il debito non serve una patrimoniale, nessuna stangata sul patrimonio immobiliare o sulle grandi ricchezze. Il gruppo ristretto che sta preparando il programma fiscale di Matteo Renzi ragiona piuttosto su un innalzamento delle aliquote sulle rendite da capitale (esclusi i Bot) fino al livello della media europea, cioè un incremento di 4/5 punti percentuali dal 20% attuale.

La campana della patrimoniale (l’ha richiesta pubblicamente il leader della Cgil Susanna Camusso) continua a suonare a sinistra (e non solo) ma, conti alla mano, per l’inner circle economico renziano è un’arma spuntata, quando non autolesionista. Una tigre di carta. Perché, in definitiva, inciderebbe solo sui risparmiatori medi: i grandi capitali sono tutti al riparo oltre confine, per cui gli evasori riceverebbero l’ennesimo favore.

Una patrimoniale da 400 miliardi (proposta Amato-Savona), o una manovra una tantum che colpisca il 10% delle grandi ricchezze (ricetta Fmi, avallata da manager influenti come Guerra e Scaroni) darebbe il colpo mortale a un’economia già agonizzante. Una patrimoniale da 50 miliardi non risolverebbe il problema. Su una eventuale reintroduzione della tassa di successione Matteo Renzi ha fatto finta di non sentire. Sulle dismissioni del patrimonio immobiliare pubblico si ragiona allo stesso modo: tanto invocato quanto inutile, perché alla fine, quando i Comuni le hanno fatte hanno incassato poco.

Resta la tassazione oltre il 20% delle rendite finanziarie. Ma come considerare i titoli di Stato? In effetti tassare le rendite è una forma di patrimoniale che fra l’altro ha il merito di ridurre diciamo così lo spread, la distanza, con la tassazione sui redditi da lavoro (attualmente al 23% sul primo scaglione Irpef, 43% l’ultimo). L’aumento dell’aliquota porta con sé il rischio che poi il Tesoro sia costretto ad alzare i rendimenti dei titoli (alla fine una partita di giro). Va infine considerato che portando in alto l’aliquota dei titoli di Stato si penalizzerebbe solo il 10% dei sottoscrittori, di nuovo, il risparmiatore medio.

Il resto, la parte prevalente è in mano a investitori istituzionali, “banche, assicurazioni e società finanziarie che sono indifferenti a un eventuale aumento dell’aliquota secca perché per loro i redditi da capitale confluiscono nell’imponibile fiscale complessivo” (Maurizo Benetti, economista citato dal Corriere della Sera).