Economia

Ryanair la prima grande crisi del modello low cost

Ryanair la prima grande crisi del modello low cost

Ryanair la prima grande crisi del modello low cost

ROMA – Da una parte l’offerta vincolante per comprare quella che era una persino gloriosa compagnia di bandiera, e dall’altra le centinaia di cancellazioni improvvise con relativi costi, in denaro ed immagine, per l’incapacità di gestire il personale. O per dirla con le parole di un ex dipendente: “Per aver tirato troppo la corda”. E’ il paradosso di Ryanair e del modello low cost, capace di generare utili e di crescere al punto di poter e voler comprare un pezzo di un ex-big come Alitalia, ma così esasperata nel cercare di comprimere i costi dal finire col far fuggire i suoi dipendenti. E quindi parte del suo patrimonio.

Migliaia di voli cancellati, 702 solo in Italia, centinaia di migliaia di passeggeri dirottati su altri voli o semplicemente lasciati a terra, oltre 30 milioni di euro di danni per non parlare di quelli all’immagine e alla credibilità della compagnia e tonfo in borsa dove il titolo in un solo giorno ha perso il 3%. Tutto questo, si è giustificata la compagnia aerea irlandese in un primo momento, perché si erano sbagliati a conteggiare le ferie e da un nuovo conteggio era risultato che molti, tra piloti e assistenti, dovevano per forza godere di qualche riposo. La verità però è un’altra, ed è che ad essere andato in crisi nel caso di Ryanair è il modello low cost. Piloti e assistenti, è vero, dovevano per forza andare in ferie. Ma dovevano farlo perché erano stati sinora obbligati a rimandarle. Cosa che la compagnia di O’Leary continua a fare, promettendo bonus a chi rinuncerà a dei riposi, e dimostrando così di non aver ben capito cosa accade. Oltre a questo c’è poi l’esodo dei piloti che, appena trovano un’offerta di lavoro migliore, fuggono letteralmente da Ryanair.

Fuggono perché le condizioni di lavoro sono pessime. In primis per gli stipendi, solitamente più bassi di quelli delle altre compagnie aeree, e poi perché, come racconta un pilota che ha lascito Ryanair: “Chi lavora da autonomo (circa i 2/3 dei piloti secondo la stima dello stesso) non ha ferie né la malattia e le tasse vengono pagate in Irlanda, non nel luogo in cui risiede il lavoratore. Questi dipendenti, come accadeva a me, vengono pagati in base a quanto volano e spesso vanno vicino al limite di 900 ore di volo all’anno. A queste cifre vanno però tolte le spese che gravano su ciascun pilota.

Vengono scalati 5 euro per ora di volo per pagare i simulatori che servono per l’addestramento. E per andare a fare i corsi in programma due volte all’anno a Londra è necessario pagarsi l’albergo. In più ogni pilota è costretto a pagare il parcheggio dell’auto in aeroporto, la divisa, cibo e bevande a bordo. O ti porti l’acqua e un panino da casa oppure li compri sul volo come fanno i passeggeri. Se poi il catering è finito, allora stai senza. Stesso discorso per gli assistenti di volo, che guadagnano molto meno”. Guadagnano meno e subiscono di più perché incentivati – per non dire obbligati – a vendere quanto più possibile a bordo visto che questo rappresenta una ricca voce di introiti per Ryanair.

La compagnia impone infatti dei target di vendita agli assistenti di volo. Ogni hostess e steward, si legge nella mail inviata al personale a marzo e pubblicata da ‘The Irish Times’, deve riuscire a vendere “almeno un profumo a testa durante ogni viaggio, un pasto, un prodotto di cibo fresco e 8 gratta e vinci”. Chi non riesce a piazzare i prodotti nella lista deve dare spiegazioni a un supervisore. “Le vendite saranno monitorate attentamente e chi non raggiunge gli obiettivi dovrà spiegare il perché”, si leggeva nel memo. Come l’esperienza insegna però, se si tira troppo la corda, questa si spezza. E aver spremuto così i dipendenti e i piloti su tutti, coloro i quali materialmente fanno volare gli aerei e quindi funzionare l’azienda, si sta ritorcendo contro Ryanair. Nessun dubbio sulle capacità imprenditoriali ed industriali della compagnia irlandese che in pochi anni è diventata tra i leader dei cieli europei. Ma il suo caso, e la sua attuale crisi, ben rappresenta come e dove il modello low cost, portato alle sue massime declinazioni, va in crisi.

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