Sacchetti bio: potremo portarli da casa, quelli monouso. Ma conviene? Ne usiamo 150 l’anno

di redazione Blitz
Pubblicato il 4 gennaio 2018 14:58 | Ultimo aggiornamento: 4 gennaio 2018 14:59
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Sacchetti bio: potremo portarli da casa, quelli monouso. Ma conviene? Ne usiamo 150 l’anno

ROMA  – I famigerati sacchetti per la spesa di frutta e verdura potremo portarceli da casa. Ma a patto che siano monouso, cioè nuovi, perché altrimenti c’è il rischio di eventuali contaminazioni. Lo ha chiarito il ministro per l’Ambiente Gian Luca Galletti in un’intervista al quotidiano la Repubblica dopo le polemiche dei giorni scorsi.

Come è ormai stranoto, dal primo gennaio, si pagano i sacchetti biodegradabili e compostabili per gli alimenti sfusi, quelli cioè con cui trasportiamo frutta, verdura, carne e pesce. Una cifra irrisoria, tra 1 e 2 centesimi, e sacrosanta per la salvaguardia dell’ambiente ma che ha fatto inalberare molti, al grido di una nuova tassa sulla spesa.

Di qui l’idea di portarseli da casa, come già molti fanno con le sporte della spesa. Ma non si potranno riutilizzare. E il titolare del supermercato, ha precisato il segretario generale del dicastero Giuseppe Ruocco, “avrebbe ovviamente la facoltà di verificare l’idoneità dei sacchetti monouso introdotti”.

Ma, a conti fatti, conviene? E soprattutto quanti sacchetti usiamo? A fare la stima è l’Osservatorio di Assobioplastiche. Questo ha compiuto una prima ricognizione nella grande distribuzione, in occasione dell’entrata in vigore della legge 123/2017, il cosiddetto decreto Mezzogiorno, approvato lo scorso agosto, in cui si indica che queste buste non possono essere gratis.

Nella ricognizione compiuta dall’Osservatorio in una dozzina di grandi magazzini alimentari, il costo di ogni singolo sacchetto è risultato compreso fra 1 e 3 centesimi. Assobioplastiche ricorda che il consumo di buste si aggira tra i 9 e i 10 miliardi di unità, per un consumo medio di ogni cittadino di 150 sacchi all’anno.

In Europa, per una volta tanto, non siamo ultimi ma neppure primi. I dati Ue, calcolando circa 190 sacchetti a testa per ogni cittadino europeo, pongono l’Italia nel mezzo, poco sopra i 200. C’è chi fa molto peggio. A partire dai greci, che viaggiavano con circa 250 buste di plastica a testa all’anno, fino ad arrivare agli oltre 500 di Ungheria, Polonia e Portogallo.

I primi della classe sono sempre loro: danesi e finlandesi, che adoperano quasi solo sacchetti di plastica riutilizzabili e meno di una decina di quelli che si usano solo una volta. Senza l’uso di drastiche leggi sono passati semplicemente all’uso di sacchetti di carta.

Ci sono poi i dati dell’analisi Gfk-Eurisko presentati nel 2017, secondo i quali le famiglie italiane fanno in media 139 spese all’anno nella grande distribuzione. Ipotizzando che ogni spesa comporti l’utilizzo di tre sacchetti per frutta/verdura, il consumo annuo per famiglia dovrebbe attestarsi a 417 sacchetti, per un costo complessivo compreso tra 4,17 e 12,51 euro. Peraltro, i sacchetti sono utilizzabili per la raccolta della frazione organica dei rifiuti e quindi almeno la metà del costo sostenuto può essere detratto dalla spesa complessiva.

La soluzione europea è: basta che si paghino. L’idea è che il costo disincentiverà il consumo. Ma a maggior ragione, si domanda giustamente Paolo Magliocco sul quotidiano la Stampa, al di là delle polemiche, non si capisce bene perché, se i sacchetti che usiamo in Italia sono davvero capaci di trasformarsi in compost senza inquinare raccogliendoli con i rifiuti umidi, debbano poi essere per forza a pagamento per disincentivarne l’uso.