Sciopero alle Acciaierie Terni. Ma la colpa è di Brexit, dazi, recessione…

di redazione Blitz
Pubblicato il 15 gennaio 2019 17:19 | Ultimo aggiornamento: 15 gennaio 2019 17:19
Sciopero alle Acciaierie Terni. Ma la colpa è di Brexit, dazi, recessione...

Sciopero alle Acciaierie Terni. Ma la colpa è di Brexit, dazi, recessione…

ROMA – Il 2019 non si preannuncia un grande anno per l’economia globale. Le criticità che già si erano affacciate nel 2018 sono ancora tutte presenti: guerra dei dazi, Brexit, la politica monetaria della Banca centrale europea ormai in un vicolo cieco, la difficoltà dei Paesi in via di sviluppo. Ma la maggiore preoccupazione riguarda la frenata generalizzata della crescita, con la recessione dell’Eurozona ormai alle porte, dopo i continui segnali di indebolimento provenienti dalla Cina e tutti i rischi che questo comporta per le economie dell’Occidente.

La Germania, e in particolare la sua industria automobilistica che paga la battaglia dei dazi, ne sta già
scontando il prezzo: dopo la flessione subita nel terzo trimestre (-0,2%), il Pil potrebbe affrontare
un’ulteriore contrazione nel quarto, portando così Berlino direttamente in recessione tecnica. L’Italia, dopo
l’ultimo dato negativo sulla produzione industriale, rischia di scontrarsi con lo stesso destino. La brusca
frenata di novembre dell’industria Italiana, meno 2,6% rispetto ad un anno prima, è la peggiore degli ultimi
quattro anni.

All’interno di questo cupo panorama, non è un caso che le organizzazioni sindacali manifestino la propria
preoccupazione per i posti di lavoro e per il futuro dell’industria italiana. Ne è un esempio Terni, dove le sigle dei metalmeccanici hanno organizzato uno sciopero di qualche ora presso le Acciaierie. La protesta è contro il piano industriale proposto dal management, secondo i sindacati “non accettabile perché, al di là delle belle parole, è un piano di riduzione ed indebolimento, sul fronte di volumi, forza lavoro, investimenti”. Nel mirino la contrazione occupazionale di circa ottanta unità e una produzione sotto il milione di tonnellate.

Il punto è che a pesare sulle decisioni dei vertici aziendali in questa fase economica attraversata dal Paese sono principalmente le condizioni in cui versa il mercato, vero arbitro dell’industria. Difficile pensare che uno sciopero possa comportare un cambiamento di una situazione dettata da elementi del tutto esterni all’andamento aziendale. Basta scorrere velocemente i giornali per rendersi conto che le stesse criticità non sono prerogativa di Terni, ma di tutto il Paese.

Solo per fare un esempio, è di pochi giorni fa il racconto sul Sole24Ore dell’amministratore delegato di Brovedani, gruppo friulano della componentistica, e di quanto la sua azienda abbia subito le conseguenze della crisi dell’auto tedesca. A pesare sull’indice italiano, è infatti prima di tutto il forte calo della produzione nel comparto auto che dopo il -14% di ottobre ha lasciato sul terreno un altro 19,4% (-8,6% su ottobre), aggravando la situazione di questo settore che nei primi 11 mesi dell’anno perde il 5,1%. 

Ma la flessione ha interessato tutti i settori: i beni di consumo (-0,9% e -1,5% per i durevoli), i beni
strumentali (-1,7%) e quelli intermedi (-2,4%), segnale che a novembre la frenata ha riguardato sia i
consumi delle famiglie che gli investimenti delle imprese.

Altre due questioni infine rischiano di minare il futuro dell’economia globale. La prima riguarda la Brexit:
un’uscita di Londra dall’Unione europea senza accordo rischia di causare gravi conseguenze sull’industria
dell’auto, sul settore bancario e su quello della difesa. Lo scenario peggiore figura una recessione seguita da
un aumento dell’inflazione e della disoccupazione.

La seconda nota dolente riguarda direttamente l’Italia. Dopo aver finalmente approvato la legge di bilancio, rimane ora da scoprire se la manovra avrà gli effetti espansivi sostenuti dal Governo o se invece finirà per deprimere l’economia. D’altra parte, che la situazione sia seria lo ha ribadito anche l’Istat segnalando nella sua nota mensile che “l’attuale fase di debolezza del ciclo economico italiano è destinata a proseguire”. E anche se il vicepremier Luigi Di Maio prefigura un “nuovo boom economico”, la realtà sembra essere ben diversa: la produzione industriale cala, la sfiducia tra gli investitori cresce e le fabbriche rischiano di chiudere.