Marchionne: “Non possiamo fare da soli. Insulti? Non da parte sana del Paese”

Pubblicato il 25 settembre 2012 19:11 | Ultimo aggiornamento: 25 settembre 2012 19:19
sergio marchionne

Sergio Marchionne (Foto LaPresse)

TORINO –  ”A volte mi sono chiesto se ne valga la pena, mi sono chiesto che senso abbia fare tutto ciò per un Paese che non apprezza, che spera nei miracoli di un investitore straniero, che ci dipinge come sfruttatori incapaci. Ma poi mi sono reso conto che loro non sono la maggioranza e non sono certo la parte sana del Paese”. Sergio Marchionne torna all’attacco e lo fa a circa seimila dirigenti e quadri riuniti al Lingotto a Torino (dove sono affluite molte decine di pullman) e collegati in streaming (tra le sedi connesse in tutto il mondo c’è’ quella di Auburn Hills della Chrysler) durante l’incontro convocato per oggi con il presidente John Elkann.

Dice ai dirigenti “non vi abbandoneremo” ma lancia anche un messaggio, a distanza, al Paese tutto, un messaggio che ha il sapore di: noi resistiamo ma non possiamo fare tutto da soli. Un messaggio che sa tanto di preludio a una nuova richiesta di aiuti statali. Aiuti che, però, sono vietati dall’Unione europea.

”Noi ci impegniamo a fare la nostra parte – ha detto Marchionne – ma da soli non possiamo fare tutto. E’ necessario iniziare da subito a pianificare azioni, a livello italiano ed europeo, per recuperare competitività nazionale”.

”Dobbiamo ripensare il modello di business al quale siamo abituati – continua ancora – Non ho mai smesso di occuparmi della Fiat e non ho intenzione di farlo. Non ho alcuna intenzione di abbandonarvi”.

”Negli ultimi quattro anni – ha detto Marchionne – ho viaggiato spesso tra l’Italia e gli Stati Uniti e ho passato molto tempo in Chrysler. Sarei un ingenuo se non mi fossi accorto che questo ha generato, anche internamente, un certo stato d’animo. Tutti eravate abituati a una guida sempre presente. E poi, all’improvviso, una settimana c’era e queila dopo stava a 7.000 chilometri di distanza. So che sono nati dubbi, dentro l’azienda e che li avete condivisi con i vostri colleghi. Dubbi sul mio impegno personale in Fiat e in Italia, timori che il mio ufficio di Detroit possa diventare quello principale. Questi pensieri possono avere alimentato un certo senso di abbandono. Vi ho voluto incontrare anche per questo. Non ho mai smesso di occuparmi della Fiat e non ho intenzione di farlo. L’impegno che ho preso il primo giugno 2004, con gli azionisti ma prima di tutto con voi, e’ immutato, e’ vivo e forte, oggi più che mai”

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