Sergio Rizzo e decreto su stipendi di manager pubblici: “Fine del Far West”

Pubblicato il 23 Giugno 2013 16:23 | Ultimo aggiornamento: 23 Giugno 2013 16:23
Sergio Rizzo e decreto su stipendi di manager statali: "Fine del Far West"

Anche Finmeccanica tra le aziende citate da Rizzo

ROMA –  Il decreto sulla selezione dei dirigenti statali dovrebbe mettere fine al “Far West dei compensi dei manager delle grandi imprese pubbliche dall’Enel, all’Eni, alla Finmeccanica”: ne è convinto Sergio Rizzo, che in un lungo articolo sul Corriere della Sera spiega perché quel provvedimento sia solo apparentemente “tecnico”. In realtà, sottolinea Rizzo, si tratta di una norma politica.

Di particolare interesse, scrive Rizzo, il passaggio della mozione approvata al Senato che impegna il governo a fare in modo che nei bilanci delle imprese pubbliche sia indicato il rapporto fra il compenso massimo e il il salario aziendale medio. E per compenso massimo, sottolinea Rizzo, si intende la retribuzione comprensiva di “ogni attribuzione”. Ne consegue che ad ogni aumento retributivo del dirigente deve seguire un aumento del salario medio di tutti.

Rizzo ricorda che

E’ un passaggio che richiama l’impostazione contenuta nel Dodd-Frank act, la riforma finanziaria voluta dall’amministrazione di Barack Obama dopo la grande crisi del 2008, e nel quale non è difficile scorgere le impronte digitali del senatore del Pd Massimo Mucchetti, presidente della commissione Industria del Senato, che aveva già sostenuto tesi analoghe in alcuni articoli sul Corriere della Sera.

E questa sorpresina potrebbe riguardare non soltanto le imprese controllate dal Tesoro, ma anche le altre grandi aziende pubbliche. Quali sono, per esempio, certe municipalizzate quotate in Borsa con retribuzioni manageriali particolarmente elevate. La mozione prevede infatti che il governo si adoperi affinché i criteri qui stabiliti, compreso dunque anche quello riguardante i compensi, vengano adottati pure «da parte delle altre pubbliche amministrazioni» diverse dallo Stato centrale. Senza escludere «opportune iniziative normative».

Tutto questo, sempre che il Tesoro decida di recepire tali e quali le indicazioni di Palazzo Madama, che sono state votate quasi da tutti: Pd, Pdl, M5S e Lega Nord. All’ultimo momento i senatori di Scelta civica si sono astenuti, per protesta contro una modifica al testo iniziale, dal quale è scomparso il limite massimo di tre mandati (su questo il Pdl non ha voluto sentire ragioni), e la mancata approvazione di un loro emendamento che mirava a evitare l’arrivo in massa dei politici trombati. Certo due lacune non indifferenti: ciò non toglie che il Tesoro possa colmarle reintroducendo per decreto quei limiti esclusi dalla mozione parlamentare. Anche se, a dirla tutta, non servirebbe nemmeno scrivere una norma per evitare che un manager resti a capo di un’azienda di Stato per più di nove anni o che un politico non rieletto in parlamento o in un consiglio regionale venga paracadutato in un’azienda pubblica. Perché basterebbe, per strano che in questo Paese possa sembrare, una semplice decisione dell’azionista.