Shrinkflation: stesso prezzo, meno roba. Furbata di chi vende: carta igienica, fette biscottate…

di Riccardo Galli
Pubblicato il 17 Ottobre 2019 9:16 | Ultimo aggiornamento: 17 Ottobre 2019 9:23
Shrinkflation: stesso prezzo, meno roba. Furbata di chi vende: carta igienica, fette biscottate...

Shrinkflation: stesso prezzo, meno roba. Furbata di chi vende: carta igienica, fette biscottate…

ROMA – Più semplice a farsi che a dirsi, anche se tutti saremmo più felici di non imbatterci in quest’antipatica pratica. E’ letteralmente il caso di quello che gli anglosassoni chiamano shrinkflation, termine ostico che descrive la più comune di quanto si pensi pratica per cui, lasciando invariato il prezzo, alcuni produttori riducono la quantità di merce all’interno delle confezioni in vendita. Risultato: il consumatore finale paga più salato un prodotto, senza però rendersene conto. Succede con le bevande e con gli alimenti, ma anche con i saponi e con moltissimi altri beni. Un aumento di fatto, ma camuffato, dei prezzi. Il consumatore non se ne accorge, o almeno non subito, ma finisce per spendere di più. Perché è chiaro che se il tubetto di dentifricio contiene 75 ml anziché 100 ml, finirà prima e prima dovrà essere ricomprato.

Dalla crasi tra l’inglese shrinkage, contrazione, e inflation, inflazione, deriva l’impronunciabile termine e l’antipatica  pratica per cui le dimensioni dei prodotti di uso quotidiano vengono ridotte ma il prezzo rimane invariato. Una pratica, forse non legalmente ma certo eticamente scorretta, attraverso cui le aziende produttrici scaricano ad esempio aumenti fiscali sui consumatori, o semplicemente aumentano i profitti, senza però che questi se ne accorgano. Almeno non immediatamente. Aumenti non percepiti quindi perché nascosti nelle pieghe dei diversi prodotti. E’ ad esempio il caso della carta igienica: il prezzo rimane lo stesso ma il rotolo si assottiglia, perdendo alcuni strappi. Così per esempio, nel citato caso dall’aumento della tassazione come può essere un aumento dell’Iva, questo viene caricato sull’acquirente finale con l’azienda produttrice che, magari, può anche farsi pubblicità dichiarando di non aver aumentato il costo della confezione in vendita.

Una pratica che al di fuori dei supermercati ricorda quella adottata poco tempo da diverse compagni telefoniche, e poi sanzionata, che emettevano bollette definite mensili ma ogni 4 settimane. E se si dividono le settimane di un anno per 4, il risultato non sono dodici bollette, una ogni mese, ma tredici.

E così accade o può accadere su un’infinità di prodotti: dalla barretta di cioccolato che si assottiglia alla scatola di fazzoletti che perde qualche foglio, dalla marmellata che diminuisce mentre ingrassa lo spessore della confezione sino ai saponi e alle bibite di ogni tipo. Una pratica che si può applicare praticamente a tutto ma contro cui esiste una difesa, seppur scomoda e monca: controllare il prezzo al litro o al chilo della merce che si acquista. Se infatti il prezzo della confezione dell’ipotetica barretta di cioccolato può restare uguale pur diminuendo la quantità di prodotto presente in questa, proprio in virtù di questa diminuzione, varierà il rapporto costo/peso. Una difesa scomoda però perché fare la spesa non può diventare un’impresa, e leggere le etichette di tutto quello che si compra è un’impresa, e monca, perché valida purtroppo solo per cibi e bevande che sono obbligati ad indicare quel rapporto, ma inutili nel caso degli ormai famigerati fazzoletti.