Shutdown Usa: a rischio 800mila lavoratori statali. Ma lo scontro è politico

di Maria Elena Perrero
Pubblicato il 1 ottobre 2013 9:06 | Ultimo aggiornamento: 1 ottobre 2013 9:07
Shutdown Usa: a rischio 800mila lavoratori statali. Ma lo scontro è politico

Barack Obama (Foto Lapresse)

WASHINGTON – Lo Stato federale americano chiude. Lo shutdown è scattato. E’ la prima volta dal 1996. Dopo una giornata e una serata febbrili il Congresso, diviso fra una Camera dei rappresentanti a maggioranza repubblicana e un Senato a maggioranza democratica, non ha trovato un’intesa sul finanziamento degli statali. E così, un minuto dopo la mezzanotte ora di Washington (in Italia le 6 di mattina), è scattato lo shutdown.

Il precedente risaliva a 17 anni fa, durò oltre quasi un mese e costò 2 miliardi di dollari alle casse dello Stato. Questa volta metterà a rischio il posto di circa 800mila lavoratori statali.

Subito dopo la mezzanotte il presidente Barack Obama si è rivolto alle truppe con un video-messaggio dal forte valore simbolico. Parlando come commander in chief, ha preso le distanze dai politicanti di Washington: ”Voi e le vostre famiglie meritate qualcosa di meglio delle disfunzioni viste al Congresso”, ha chiarito Obama, in modo da mettere ancora più in crisi il partito repubblicano, sempre più ostaggio dell’ala estremista del Tea Party, anche di fronte alle Forze armate, tradizionalmente vicine al partito conservatore.

Perché lo scontro sullo shutdown è alla fine uno scontro politico. In vista ci sono le elezioni di medio termine del 2014. Tanto che gli aspiranti candidati repubblicani alle primarie, Chris Christie, Ron Paul, Marco Rubio, Bobby Jindal e Scott Walker, sull’argomento non hanno parlato.

Il blocco è stato provocato dal durissimo muro contro muro tra Casa Bianca e Grand Old Party sul budget. Ma il vero scontro è sulla riforma sanitaria: il partito repubblicano, che ha la maggioranza alla Camera, ha deciso di bloccare ogni finanziamento alla controversa Obamacare, proponendo un via libera ai fondi a patto che si ritardasse di un anno l’entrata in vigore della celebre riforma, prevista proprio martedì 1 ottobre.

Obama e il partito democratico non si sono piegati, difendendo l’immediata applicazione di una legge approvata al termine di una battaglia campale e che avrà effetti concreti cambiando la vita di circa 35 milioni di americani. 

Ma lo shutdown sarà un durissimo colpo per l’economia americana e mondiale, come ha spiegato lo stesso Obama, e rischia di minacciare i timidi segnali di ripresa di quest’ultima crisi finanziaria, la peggiore da tempi della Grande recessione.

Con il blocco dei fondi, ci sarà la chiusura dei musei, degli sportelli ministeriali e persino dei parchi naturali in tutti gli States, con conseguenze drammatiche per settori cruciali, soprattutto a Washington, come ad esempio il turismo.

Adesso, sottolinea James Suroviecki sul New Yorker, gli investitori hanno in mente una sola cosa: la possibilità che i repubblicani rifiutino di alzare il tetto del debito fra un paio di settimane. Il tetto del debito è il limite legale di soldi che il governo può prendere in prestito, e alzarlo è necessario non solo per permettere al governo di andare avanti, ma anche per permettergli di pagare i debiti contratti. Se non verrà alzato il 17 ottobre gli Stati Uniti rischieranno il default.