Smart working, il datore di lavoro ti può richiamare in ufficio (solo se è necessario)

di Redazione Blitz
Pubblicato il 9 Giugno 2020 10:02 | Ultimo aggiornamento: 9 Giugno 2020 10:02
Smart working, il datore di lavoro ti può richiamare in ufficio (solo se è strettamente necessario)

Smart Working, il datore di lavoro ti può richiamare in ufficio (solo se è necessario) (Fonte d’archivio Ansa)

ROMA – Anche se lavori in smart working, il datore ti può richiamare in ufficio. Non sempre, però, perché ci vogliono ragioni di comprovata necessità (che richiedono la presenza in loco).

Con l’emergenza Coronavirus, il cosiddetto “lavoro agile” è stato sdoganato sempre più in Italia (durante la fase 1 del lockdown lo ha svolto il 3,7 milioni di lavoratori, fonte Istat).

E in molti vorrebbero continuare a usufruirne: lavorare da casa piace ai dipendenti (che abbattono tempi e costi degli spostamenti) e piace sempre più anche ai datori (abbatte i costi della gestione di un ufficio).

Sono tante le aziende che si stanno adeguando, e stanno pensando di proseguire con lo smart working anche in vista del ritorno alla normalità. Per farlo, dovranno necessariamente adeguare le norme (anche contrattuali) che regolano il rapporto di lavoro con i propri dipendenti.

Smart working e dati Istat

In una giornata tipo della Fase 1 dell’emergenza Covid “hanno lavorato circa 8 milioni e 400 mila persone” e di questi 3,7 lo hanno fatto da casa. Così l’Istat nel Report sulla vita ai tempi del lockdown.

Quanto al totale degli ‘attivi’ “si tratta di una quota dimezzata rispetto a quella rilevata nel corso di indagini analoghe” pre-pandemia: meno di due su dieci invece del 34%. Dall’Istat precisano che le cifre non sono comparabili con quelle di altre rilevazioni sull’occupazione.

In questo caso l’oggetto di studio è infatti la giornata standard vissuta in quella particolare situazione. E di quanti hanno lavorato, il 44% lo ha fatto in smart working o forme simili.

Un quarto dei lavoratori potrebbe restare stabilmente a casa

In Italia il 24% della forza lavoro potrebbe restare in ‘smart working’ stabilmente. Lo afferma uno studio condotto da Tito Boeri, economista, ex presidente dell’Inps e milanese, che vede i livelli di potenziale lavoro remoto sostanzialmente sullo stesso piano degli altri Paesi europei.

E’ una quota molto rilevante, che apre scenari nuovi soprattutto per città come Milano molto concentrata nei servizi e dove l’impatto del lavoro da casa potrebbe restare elevato per le attività economiche basate sull’afflusso di lavoratori negli uffici ‘fisici’.

Prima del Coronavirus, lo smart working coinvolgeva in Italia solo 570mila lavoratori, con un incremento del 20% tra il 2018 e il 2019. Ovviamente molto dipendeva dalle dimensioni dell’azienda: il 65% delle grandi imprese afferma di aver avviato iniziative ne settore, rispetto al 30% delle piccole e medie imprese e il 23% della pubblica amministrazione.

“Il rapporto tra impresa e lavoratori dovrà sempre di più fondarsi sulla fiducia. I leader – afferma lo studio – dovranno abbandonare il loro vecchio stile dirigenziale passando a uno che privilegi la collaborazione, il coinvolgimento attivo, l’autonomia e la responsabilità dell’individuo nel raggiungimento degli obiettivi. In quest’ottica, la comunicazione diventa centrale per evitare di perdere il contatto con i collaboratori in remoto e di creare isolamento”.

Smart working e Pubblica amministrazione

Lo smart working nella pubblica amministrazione è stata un’esperienza positiva per la grande maggioranza dei lavoratori pubblici: è quanto emerge da una ricerca di Fpa, società del gruppo Digital 360 presentata al Forumpa secondo la quale il 94% dei lavoratori vorrebbe continuare a lavorare da casa con rientri in ufficio non quotidiani. La ricerca è stata condotta su 4.200 dipendenti pubblici e il 92,3% ha detto di lavorare in smart working.

Se in questi anni uno degli ostacoli alla diffusione dello smart working è stata l’inadeguatezza delle dotazioni tecnologiche la soluzione è venuta dalle persone: il 68,2% del personale ha utilizzato il proprio PC, il 77,1% il proprio telefono cellulare, il 95% la connessione internet domestica. Il 69,5% degli intervistati ha affermato che organizza meglio il lavoro, il 45,7% che ha più tempo per sé e la famiglia e il 34,9% che lavora in un clima di maggiore responsabilizzazione.

Il 73,8% svolge tutte le attività in remoto. Il 41,3% evidenzia un miglioramento dell’efficacia lavorativa.
Prima dell’emergenza lo smart working era largamente minoritario nella p.a. con solo l’8,6% delle amministrazioni per le quali era un’esperienza diffusa. “Il bilancio dello smart working “forzato” – si legge nello studio – è assolutamente positivo: l’88% dei dipendenti giudica l’esperienza di successo e il 61,1% ritiene che questa nuova cultura, basata sulla flessibilità e sulla cooperazione all’interno degli enti, fra gli enti e nei rapporti con i cittadini e le imprese, prevarrà anche una volta finita l’emergenza”.

“In 7 casi su 10 – si legge – è stata assicurata totale continuità al lavoro, per il 41,3% dei lavoratori l’efficacia è persino migliorata (per un altro 40,9% è rimasta analoga). Per oltre il 50% la relazione con i colleghi è invariata, per il 20% addirittura migliorata. E se – come ha sottolineato la Ministra della PA Fabiana Dadone – una volta tornati alla normalità almeno il 40% dei dipendenti pubblici dovrà adottare una modalità di lavoro agile, questi si dicono pronti: il 93,6% vorrebbe continuare così. Ma per la maggior parte (il 66%) il lavoro da casa deve essere integrato con dei rientri in ufficio organizzati e funzionali”. (Fonti: Sole 24 Ore e Ansa)