Statali: 50 euro di aumento uguali per tutti. Il merito? Magari un’altra volta…

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 20 dicembre 2017 12:09 | Ultimo aggiornamento: 20 dicembre 2017 12:09
marianna-madia

Marianna Madia, ministro della Pubblica Amministrazione (foto d’archivio Ansa)

ROMA – Un aumento di 50 euro netti in busta paga, per tutti, senza distinzione di ruolo e capacità. E’ quello che troveranno gli statali nell’accordo di rinnovo del contratto. Rinnovo che tarda da anni e che ora sembra alla stretta finale. E il merito? Per quello, evidentemente, bisognerà aspettare. Se Babbo Natale porta i regali solo ai bambini buoni c’è un’altra occasione, oltre al Natale, in cui è abitudine fare regali: è il periodo che va sotto il nome di campagna elettorale. Festa, se così vogliamo chiamarla, che quest’anno cade in contemporanea con l’approvazione della legge di Bilancio in dirittura d’arrivo in questi giorni in Parlamento.

E il Parlamento, specie quando le elezioni sono dietro l’angolo – si voterà il prossimo marzo, si tratta solo di decidere in quale fine settimana -, riesce ad essere persino più buono persino di Santa Claus. Così, con l’aiuto dei sindacati che sull’altare di una supposta uguaglianza sono pronti a sacrificare più o meno tutto, i fondi stanziati per il contratto da rinnovare scaduto nel 2016 saranno redistribuiti tra tutti i dipendenti, buoni o cattivi che siano. “La prospettiva è quella di un ritocco in busta paga sostanzialmente uguale per tutti – scrive Gianni Trovati sul Sole 24 Ore – perché i tempi sono stretti e la pressione per recuperare almeno in parte gli otto anni di congelamento delle buste paga sono forti. In pratica, gli 85 euro medi promessi dall’intesa del 30 novembre scorso e finanziati dalla legge di bilancio attesa in settimana all’approvazione definitiva dovrebbero distribuirsi in parti uguali fra le buste paga di tutti i dipendenti. E questa linea, una volta fissata dal contratto per le ‘funzioni centrali’ (i circa 240mila dipendenti che lavorano in ministeri, agenzie fiscali ed enti pubblici non economici), sarà ripetuta in tutti gli altri rami della Pa, dagli enti territoriali alla sanità fino alla scuola. Per un ministeriale medio, che oggi secondo i calcoli dell’Aran guadagna poco più di 28.500 euro lordi all’anno, gli 85 euro lordi si traducono in 50 euro al mese al netto di Irpef e addizionali, e analogo è l’effetto sullo stipendio-tipo del dipendente degli enti pubblici (quasi 41mila euro lordi oggi)”.

Numeri, e 50 euro, che sono la traduzione pratica di almeno due fattori. Il primo è il clima natalizio, anzi da campagna elettorale, che mette fretta a governo e sindacati accomunati dal desiderio di chiudere in tempo utile per le elezioni e per il rinnovo delle Rsu negli uffici pubblici. Una fretta che rende la posizione iniziale del governo, che più volte in passato aveva chiesto di destinare al “tabellare”, cioè alle voci fisse uguali per tutti, solo una parte degli aumenti, meno salda. Anzi capace di cedere facilmente alle richieste dei sindacati che vogliono aumenti uguali per tutti. Anche perché, spiegano, sono aumenti che riguardano un triennio contrattuale già dietro le spalle per due terzi. E allora che si dimentichi il merito e che gli aumenti vadano a chi si è rotto la schiena lavorando bene e magari più di quanto stabilito dal suo semplice dovere come a chi, per un lieve mal di testa, prende una settimana di malattia.

I contratti sono bloccati da anni si dirà, ed è vero, ma 50 euro per tutti sanno di mancia ancor prima che di aumento. Perché è vero che gli stipendi non possono rimanere uguali a se stessi nel tempo ma è anche e persino più vero che buttare nel cestino il merito, come da sempre si fa in questo Paese e specie nella Pa, è quanto di peggio si possa fare. Così facendo si incentivano i ‘furbi’, categoria di enorme diffusione e successo nella nostra società, a fare ancor più i furbi e, contemporaneamente, si disincentiva chi lavora bene, con sacrificio, a farlo. E il danno è di tutti i cittadini, di tutti noi perché noi tutti abbiamo a che fare con la Pubblica Amministrazione. Di chi la colpa di questa scelte? Certamente, se così sarà approvata, di chi avrà la paternità della legge di bilancio e quindi del governo. Ma è innegabile che da anni le maggiori spinte in questo senso, la maggior avversione a premiare il merito nei fatti e soprattutto in busta paga, viene dalle organizzazioni dei lavoratori. Cioè dai sindacati che da associazioni che hanno condotto, e vinto, importantissime battaglie per i diritti dei lavoratori, si sono lentamente trasformate in vere e proprie caste capaci di difendere esclusivamente gli interessi di chi è all’interno della casta stessa. Con buona pace di chi è fuori e anche del merito. Sarà, forse, per il prossimo rinnovo e le prossime elezioni.