Statali: quattro mesi a casa e vogliono fare sei. Ci han preso gusto

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 22 Giugno 2020 10:37 | Ultimo aggiornamento: 22 Giugno 2020 10:37
Statali e smart working, una foto d'archivio Ansa

Statali: quattro mesi a casa e vogliono fare sei. Ci han preso gusto (foto Ansa)

ROMA – Statali, quattro mesi a casa, da marzo a giugno compresi. Smart working, prima obbligato ora coltivato. Statali e dipendenti pubblici dovevano, dovrebbero gradualmente tornare almeno in parte al lavoro non da remoto, già da fine giugno. Recalcitrano, rallentano. Ci hanno preso gusto allo smart working.

OBIETTIVO SETTEMBRE

Statali e dipendenti pubblici han preso gusto e si sono adattati sia allo smart working nella sua accezione e versione utile ed intelligente, cioè il lavoro non necessariamente in ufficio, sia si sono abituati e affezionati alla versione meno per così dire nobile della vicenda, cioè il niente ufficio.

Stato d’emergenza da pandemia finisce 31 luglio, quindi al 31 luglio dovrebbe finire smart working, lavoro da casa se non quello in moderata quantità funzionale all’organizzazione dei servizi offerti alla collettività. Ma dal mondo degli statali e dei dipendenti pubblici corale l’osservazione/richiesta: fatto 31 luglio facciamo settembre, che torniamo in ufficio ad agosto?

SERVIZI RALLENTATI

La Pubblica Amministrazione è rimasta in funzione e al lavoro durante il lockdown e i pubblici dipendenti hanno lavorato e lavorano tuttora nelle modalità anti contagio. Di qui, ovviamente, un rallentamento nei servizi alla cittadinanza. Questo ovviamente sta però ogni giorno diventando meno ovvio per l’utenza e resta invece assai ovvio nella Pubblica Amministrazione. Provate ad avere autorizzazione, certificato, documento e vedrete che la frase “è in smart working” ormai legittima e copre ritardi allungati e servizi semi negati.

CAPACITA’ DI ADATTAMENTO

Anche qui, anche in sede finora ignota di smart working di massa, si è manifestata, in tutta la sua naturale e culturale architettura, la capacità di adattamento della società italiana. In tutte le sue componenti. Mica solo statali e pubblici dipendenti che al lavoro da casa ci han fatto la bocca. Capacità di adattamento ce ha permesso loro di adattarsi al lavoro da casa, senza però l’incomodo di una organizzazione e verifica del lavoro basate sui risultati e non sulla presenza. Quindi qualcosa di molto vicino alla botte piena e moglie ubriaca.

Ma l’intera società italiana condivide questo tipo di estrema capacità di adattamento. Visco governatore Banca d’Italia ha appena fornito cifre da nessuno contestate e da tutti educatamente applaudite. Dicono le cifre: famiglie italiane indebitate al 62 per cento del loro reddito disponibile, famiglie europee indebitate al 95 per cento dello stesso parametro. Quindi famiglie italiane le meno indebitate area Euro.

Ancora: debito imprese italiane pari al 68 per cento del Pil, debito imprese area Euro pari al 108 del Pil. Dunque imprese italiane le meno indebitate,

A fianco: ricchezza famiglie italiane pari a 8,1 volte il reddito disponibile, ricchezza famiglie europee pari a 7,3 volte il reddito disponibile. Quindi famiglie italiane quelle con il maggior gruzzolo privato a fronte delle famiglie area Euro. Infatti debito pubblico italiano a 150/160 per cento del Pil (132 circa prima di coronavirus) a fronte di debito pubblico area Euro in molte nazioni sotto quota 100% del Pil.

Una grande e diffusa e profonda e gelosamente custodita, tramandata e protetta e allevata capacità di adattamento: mettere in carico ai soldi pubblici i guai e i debiti e mettere il più possibile in cascina e indebitarsi poco come individui, famiglie e aziende e lasciare Stato si indebiti per tutti. E’ la resilienza italian style, proveremo ad applicarla, ovviamente, anche al Recovery Italia.