Supermercati e bar contro buoni pasto: “Commissioni salate, ora basta”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 20 febbraio 2015 8:45 | Ultimo aggiornamento: 20 febbraio 2015 8:45
Supermercati e bar contro buoni pasto: "Commissioni salate, ora basta"

Supermercati e bar contro buoni pasto: “Commissioni salate, ora basta”

ROMA – “I buoni pasto hanno commissioni salata e gare distorte”. Supermercati, bar e ristoranti si scagliano contro i buoni pasto, usati ogni giorno da 2 milioni di italiani. Buoni che i lavoratori ricevono insieme alo stipendio: a volte di carta, altre elettronici. Ma ora Federdistribuzione lancia una sua provocazione: “Metteteli in busta paga”.

Chi emette i buoni pasto fa alle società fino al 20% di sconto sul valore nominale: su 100 euro di buono ne riceve 80 dalla società che li distribuisce ai suoi lavoratori. Per rifarsi dei costi legati alle gare di appalto a ribasso, le società che emettono i buoni alzano i costi di commissione a bar e ristoranti che li accettano. Il risultato è che sempre meno esercizi accettano i buoni pasto.

Luisa Grion su Repubblica spiega che il mercato dei buoni pasto vale 3 miliardi di euro l’anno, ma il sistema è pieno di distorsioni:

“La Legge di Stabilità ha innalzato la defiscalizzazione dei ticket portandola dai 5,90 ai 7 euro, (il tetto esentasse era fermo da 15 anni): misura che dovrebbe avere effetti positivi su consumi e occupazione. Ma la norma, che entrerà in vigore dal primo di luglio, sarà applicata solo alle card, ai buoni elettronici, un segmento che occupa il 15 per cento del mercato.

L’idea del governo è quello di incentivarne l’uso perché più sicuri e tracciabili e a parole tutti sono d’accordo, salvo levare poi gli scudi per dire che “prima di pensare a come potenziare il mercato, sarebbe utile ristrutturarlo profondamente perché distorto e inefficiente”. Così commenta Giovanni Cobolli Gigli presidente di Federdistribuzione, che indica tre emergenze da affrontare. Se così non sarà “meglio mettere i ticket in busta paga”.

Il primo problema sarebbe quello delle gare d’appalto al ribasso, dove vince chi presenta il maggiore sconto sul valore nominale del buono, sconto che arriva in genere al 20% del valore:

“Ma se la società che emette i buoni pasto è tarata su una struttura di costi per un ticket di 100 e poi lo vende a 80, è chiaro che per recuperare redditività aumenta le commissioni a carico di chi eroga il servizio”. Bar, trattorie, supermercati. L’altro problema è appunto quello delle commissioni che in Italia vanno dal 6 al 15 per cento contro il 3 pagato in Francia. E per le card – premiate dalla defiscalizzazione – sono più alte rispetto a quelle applicate al ticket cartaceo (differenza media di 3 o 4 punti).

Il risultato è che bar e supermercati non le vogliono, anche perché il Pos per tracciarle non è unico: in base ad una follia tutta italiana, ogni società emettitrice ne ha uno proprio. Quindi, per poter accettare i ticket più diffusi, una cassa al bar o supermercato dovrebbe esporre almeno quattro lettori. Più quello (unico) per leggere bancomat e carta di credito. In ultimo i ritardi nel pagamento: il gestore per recuperare il valore pagato con le card aspetta 40 giorni, con i buoni cartacei 120.

Anche gli esercenti di Fipe-Confommercio sono pronti alla guerra, scrive la Grion riportando la dichiarazione di Marcello Fiore, presidente Fipe:

“Abbiamo fatto ricorso al Tar del Lazio contro l’ultima gara Consip su un appalto da 1 miliardo per i ticket della pubblica amministrazione, il Tar non ha sospeso la gara: andremo al Consiglio di Stato. Non basta fissare, nei criteri di gara, punteggi maggiori per chi applica commissioni basse: una volta vinto l’appalto la società che emette buoni rincara il costo di servizi venduti come facoltativi, ma che in realtà sono essenziali, come il conteggio dei buoni stessi”.