Tasse di successione. Italia: un milione di eredità paga zero. Spagna 335mila, Francia 270mila…

di Riccardo Galli
Pubblicato il 10 Febbraio 2020 8:52 | Ultimo aggiornamento: 10 Febbraio 2020 8:52
Tasse di successione. Italia: un milione di euro di eredità paga zero. Spagna 335mila, Francia 270mila...

Tasse di successione. Italia: un milione di eredità paga zero. Spagna 335mila, Francia 270mila… (nella foto d’archivio Ansa, un atto notarile)

ROMA – Successione a prezzi di saldo. Succede in Italia, dove sui beni che si ereditano si paga poco o nulla in termini di tasse, in molti casi proprio nulla. Eccezione unica o quasi in un’Europa dove questa voce dell’imposizione fiscale genera miliardi di gettito, arrivando ad essere anche davvero salata. Una differenza macroscopica ma rischiosa da modificare, perché a cambiare le cose il rischio è che pagherebbe soprattutto il già non in salute ceto medio.

Introdotta nei primi anni Novanta e notoriamente abolita ad opera di Berlusconi, salvo poi rientrare in gioco con Prodi, l’imposta su successioni e donazioni nel nostro Paese è probabilmente la più leggera d’Europa: sino ad un milione di euro di beni lasciati a coniugi o parenti in linea retta (figli, nipoti o genitori) non si paga nulla, come nulla si deve per beni come titoli di Stato e polizze vita.

Oltre la soglia del milione tra coniugi e parenti in linea retta l’aliquota è del 4% mentre, tra fratelli e sorelle, sale al 6% e la franchigia scende a 100 mila euro. Mentre la versione più ‘pesante’ dell’imposta prevede un’aliquota all’8 per cento senza franchigie. Nelle casse pubbliche, da questa tassa, arrivano 820 milioni di euro pari allo 0.05% del Pil, dato del 2018. Poca, pochissima roba.

Ma cosa succede nel resto d’Europa? A Parigi come a Berlino e Madrid le cose sono molto diverse e le tasse di successione pesano eccome. Qualche numero: la Francia, sempre nel 2018, ha incassato 14.3 miliardi di euro pari allo 0.61% del Prodotto Interno Lordo; la Germania 6.8 miliardi, 0.2% del Pil e la Spagna 2.7 miliardi, 0.22%. Numeri diversissimi, frutto di aliquote altrettanto dissimili, con punte superiori al 50% in Francia, e franchigie decisamente più basse.

I ricercatori Edoardo Frattola e Giampiero Galli dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani – il gruppo di ricerca dell’Università Cattolica guidato da Carlo Cottarelli – hanno tradotto questi numeri in un esempio pratico di come cambiano le cose varcando i confini nazionali: “Consideriamo un’eredità del valore netto di 1 milione di euro lasciata da un genitore al proprio figlio: in Italia la franchigia di 1 milione è sufficiente a evitare completamente l’imposizione, mentre negli altri paesi non è così. In Spagna l’imposta ammonterebbe a circa 335mila euro, in Francia a 270mila, nel Regno Unito a 245mila e in Germania a 115mila”.

A fronte di questi numeri un Paese perennemente in cerca di fondi per finanziarsi e coprire il suo debito come il nostro potrebbe esser tentato di mettere mano alla questione. Ma oltre al costo politico di un simile cambiamento ci sono, anzi ci sarebbero, altre valutazioni da fare. In primis sull’impatto e su chi pagherebbe davvero il conto di una tassazione più salata.

Ed è quello che hanno fatto i succitati ricercatori rilevando che cambiare le cose non è necessariamente sinonimo di equità sociale. E questo perché se è vero che idealmente una simile imposizione fiscale contribuirebbe alla redistribuzione della ricchezza, è anche vero che quando si colpiscono i patrimoni più grandi si ha a che fare con contribuenti più avvezzi e dotati di possibilità per schivare la mano del fisco.

“Per le proprietà immobiliari – avvertono ad esempio Frattola e Galli – un modo di evitare l’imposta è quello di intestare la nuda proprietà di un’abitazione a uno dei futuri eredi, mantenendo soltanto l’usufrutto. Analogamente, cointestando al coniuge o ai figli i propri conti correnti è possibile escludere dal valore dell’asse ereditario una parte della propria ricchezza finanziaria. Infine, ad avvantaggiare soprattutto le famiglie più ricche interviene anche l’esclusione delle aziende e delle quote di controllo di società dall’asse ereditario”.

Il rischio di un ritorno ad una tassa sull’eredità è quindi in sostanza che “non potendo incidere sulle quote societarie e sui beni nascosti all’estero, finisca per incidere soprattutto sulle proprietà immobiliari del ceto medio e sia percepita come una “tassa sulle disgrazie” in quanto tende a colpire i beni di coloro che muoiono prematuramente, prima di avere potuto sistemare gli affari di famiglia”. “Una proposta ragionevole – suggeriscono Frattola e Galli – potrebbe essere quella di mantenere franchigie sufficientemente elevate, in modo tale da evitare che la tassazione ricada prevalentemente sulle proprietà immobiliari del ceto medio, ma al tempo stesso aumentare le aliquote (e la loro progressività) sui trasferimenti più grandi”. Resta un mistero quale forza politica possa avere la volontà e la forza di proporre una simile misura.