Altra manovra o aumento Iva? Spread, terremoto e 3,5 mld in meno dal fisco

Pubblicato il 6 Giugno 2012 9:44 | Ultimo aggiornamento: 6 Giugno 2012 10:08

ROMA – Sarà impossibile tagliare le tasse per Monti, i conti vanno male, l’innalzamento di due punti percentuali  già previsto sull’Iva a ottobre molto difficilmente sarà accantonato. Se non ci saranno ulteriori manovre, escluse dal presidente del Consiglio, l’accetta dei tagli alla spesa pubblica sarà però molto più affilata. Situazioni interne come terremoto, calo dei consumi con relativo mancato gettito e situazioni esterne, crisi finanziaria e nuovo allargarsi dello spread, inducono al pessimismo. Vanno male i conti, frenano i consumi, cala il gettito dell’Iva per cui mancano all’appello 3,5 miliardi. Vediamo nel dettaglio.

A settembre il governo Berlusconi dispose un aumento dell’Iva dal 20 al 21%: nonostante questo e per effetto della recessione che ha frenato i consumi, all’appello mancano ugualmente 3,5 miliardi di euro. Il decreto salva-Italia, per raggiungere il pareggio di bilancio già nel 201, ha previsto una clausola di sicurezza per cui, in presenza di numeri non all’altezza delle stime previste, a ottobre scattano gli aumenti automatici dell’Iva di due punti su entrambe le aliquote, dal 10 al 12% e dal 21 (attuale) al 23%. Solo per l’emergenza del terremoto in Emilia, sono stati spesi 2 miliardi di euro. Unica possibilità per evitare l’aumento la speranza che la spending review (la revisione della spesa pubblica) del ministro Giarda porti in cassa di più dei 4,2 miliardi attesi. Il commissario Bondi dovrà tagliare con più lena sugli acquisti di beni e servizi. I risparmi stimati sono ripartiti in due anni, 16 nel 2013, 20 nel 2014.

Il Governo ha molta fiducia nell’azione di Giarda-Bondi. Tuttavia, qualche osservatore (sul Secolo XIX) non esclude altre manovre. L’impressione è che invece che due punti, l’Iva aumenterà di un solo punto. Comunque l’ennesimo aumento del prelievo fiscale, anche ieri contestato dalla Corte dei Conti. Anche dalla Banca d’Italia si premuniscono di far sapere che la pressione fiscale al 45% è incompatibile con la crescita. D’altra parte, la situazione europea è quella che è. Siamo appesi ad eventi esterni di cui più di tanto non possiamo controllare il corso, come le elezioni in Grecia o la tenuta delle banche spagnole. L’incertezza dei mercati si riflette sullo spread, quindi sui conti.

Il differenziale tra Btp e bund tedesco viaggia sui 500 punti fissi. Monti sperava in andatura di 300, un livello che avrebbe permesso di risparmiare 55 miliardi di spese per interessi sul debito. Non è andata così. Aggiungiamoci che la contrazione del Pil è più alta di mezzo punto rispetto alle previsioni: altri 7/8 miliardi. Il Governo invita ad aspettare, le stime riguardano curve tendenziali: c’è da considerare gli incassi Imu e l’autotassazione delle imposte dirette. Però, intanto, nonostante le manovre lacrime e sangue (per il 70% nuove tasse) siamo al punto di partenza.