Tasse in più: 70 miliardi sul ceto medio. Ora Matteo Renzi continua la terza via

Pubblicato il 23 Marzo 2014 11:08 | Ultimo aggiornamento: 23 Marzo 2014 11:08
Tasse in più: 70 miliardi sul ceto medio. Ora Matteo Renzi continua la terza via

Carlo Sangalli: 70 miliardi di tasse in più sul ceto medio italiano

Tasse in più per 70 miliardi, tanto ci hanno appioppato Stato, Regioni e Comuni, in questi anni di crisi. Esattamente 56 di tasse “normali” +  11 di imposte indirette + 2,1 di tributi locali. Questo è il conto esposto da Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio a Ettore Livini di Repubblica. Sangalli è da tempo un critico purtroppo inascoltato della politica fiscale di tutti i Governi italiani.

Invece di pensare a ridurre miliardi di spese inutili, che sono pane burro e marmellata dei loro partiti, tutti, i nostri governanti, aiutati da una schiera di dirigenti ottusi quanto ideologizzati, hanno fatto ricorso alla soluzione più semplice: aumentare le tasse.

Ora si sta compiendo l’altra metà del misfatto, la manovra sull’Irpef: invece di restituire, almeno in parte, a quelli cui quei soldi sono stati presi, vengono dati a quelli ai quali lo Stato ha chiesto meno.

Si precisa meglio il percorso della “terza via” di Matteo Renzi, nel solco tracciato da Juan Peron: l’Italia, come l’Argentina, finirà nel pantano, ma il pericolo rivoluzionario comunista o grillino sarà scongiurato.

Solo così si capisce l’accanimento nei confronti del ceto medio, sia attraverso le manovre fiscali, le patrimoniale mascherate e l’insulso e inutile, dal punto di vista economico, accanimento nei confronti dei pensionati.

Il bilancio, scrive Ettore Livini, è di almeno

“70 miliardi di tasse in più. E una sforbiciata di 10 miliardi al reddito disponibile nelle case tricolori. A calcolare il salasso fiscale […] è un rapporto della Confcommercio e del Cer, presentato al Forum di Cernobbio. Dal 2008 al 2013 tutti gli indicatori in Italia si sono orientati verso il basso: l’Italia ha bruciato prodotto per 127 miliardi (-8,5%), 1,7 milioni di persone hanno perso il posto di lavoro. L’unico dato che non ha mai smesso di aver davanti il segno più (purtroppo) è quello relativo alla pressione tributaria, balzato negli ultimi cinque anni di  3,9 punti percentuali”.

Non del 3,9 per cento, come scrive Livini, ma di almeno il 10 per cento:

“Tra leggi finanziarie, salva-Italia vari e manovre d’emergenza, gli interventi dei governi dal 2008 ad oggi hanno dato il via libera a nuove tasse per 56 miliardi complessivi. Non solo: a margine di questi interventi mirati ci sono stati quelli dedicati ai ritocchi delle imposte indirette che si sono tradotti un un altro prelievo più o meno forzoso di 11 miliardi dalle tasche dei cittadini tricolori. Cifre monstre che da sole, assicura l’associazione dei commercianti, bastano a giustificare almeno un terzo del drammatico calo dei consumi che si è registrato nel paese.

“L’assedio ai portafogli dei contribuenti è a 360 gradi, come dimostrano le cifre in ballo, ma l’affondo più pesante è quello arrivato dagli enti locali, alle prese con i tagli dei trasferimenti da Roma.

«Questo modello di federalismo fiscale non ha funzionato » dice tranchant Sangalli.

Dal 2008 i tributi prelevati sul territorio si sono gonfiati del 5,6% contro il +3,8% dell’amministrazione centrale.

«La forbice — assicurano in Confcommercio — è destinata ad allargarsi ancora» visto che molti Comuni sono a caccia delle coperture per tappare i 2,2 miliardi di buco che si è aperto nel passaggio Imu-Tasi. Dal 90 ad oggi la montagna dei tributi “federali” è cresciuta dal 2,1 al 7% dei Pil.

«La situazione è insostenibile — ha ammesso ieri sul lago di Como Filippo Taddei, responsabile economico del Partito Democratico — . Il nostro fisco pesa per due punti in più rispetto al resto dell’Eurozona, non si può andare avanti così, ora correggiamo ».

La manovra sull’Irpef, il primo passo annunciato dal governo, è stata già applaudita da Sangalli. «L’esecutivo è partito con il piede giusto», ha commentato. Anche perché 12miliardi restituti a famiglie e imprese si traducono — secondo l’ufficio studi dell’associazione — in un aumento del 0,3% (a +0,8%) del Pil del 2014 e in un balzo dell’1% dei consumi”.

In realtà è una miseria, ma più di tanto un Governo non conviene inimicarselo.