Telecom senza soldi: capitale o vendita Brasile? Bernabè: perché si è dimesso?

di Redazione Blitz
Pubblicato il 4 ottobre 2013 11:33 | Ultimo aggiornamento: 4 ottobre 2013 11:38

Telecom senza soldi: capitale o vendita Brasile? Bernabè: perché si è dimesso?Telecom: perché si è arrivati alle dimissioni da presidente di Franco Bernabé?

La risposta in tre articoli del Sole 24 Ore, dove sono ricostruite le tappe del dramma di Telecom: ultime tappe o premessa di una tragedia economica nazionale?

Il nodo è tutto qui:

1. se Telecom deve restare italiana, chi ci mette i soldi dopo che l’hanno dissanguata scaricando nella pancia di Telecom il costo di due successive acquisizioni miliardarie?

2. se Telecom se la pappa la spagnola Telefonica, pure piena di debiti ma probabilmente con un Governo dietro le spalle dotato di maggiore “quid” di quello italiano, Telecom diventerà la filiale italiana di un gruppo multinazionale la sui testa è a Madrid. A maggior ragione Telefonica si vuole pappare Telecom, che potrebbe diventare un caso Parmalat due, in quanto la sua marginalità, cioè quanto guadagna su ogni euro incassato, è attorno al 40% contro il 34% di Telefonica.

Su questo avevano scommesso prima Roberto Colaninno poi Marco Tronchetti Provera quando avevano comprato Telecom, senza però ricordare che l’economia si evolve per cicli e non per linee rette.

Secondo Antonella Olivieri, ecco cosa ha spinto Bernabè alle dimissioni. Le ragioni sono tante, ma la principale è che gli azionisti non vogliono mettere soldi in Telecom e questo compromette

“la capacità di Telecom di effettuare gli investimenti necessari ad ammodernare la rete”,

mentre è necessario

“dotare la società dei mezzi finanziari necessari a sostenere una strategia di rilancio”.

Sono parole dello stesso Bernabé:

“La risposta più lineare a questo interrogativo, come ho avuto modo di dire più volte, è un aumento di capitale, ma mi è chiaro che non c’è da parte dell’azionista di maggioranza relativa l’intendimento di procedere in questa direzione”,

Si è così verificata

“una spaccatura in seno al Consiglio di amministrazione sulla strada da intraprendere avrebbe determinato una paralisi dell’azienda e l’impossibilità di giungere a una soluzione condivisa”.

Non solo niente aumento di capitale, ma, al contrario,

“la prospettiva di un’integrazione tra la italiana Telecom e la spagnola Telefonica, ancora ipotetica nella fase attuale, ma passata sopra la testa dell’azienda”

Il contrasto fra Bernabé e Telco,

“che l’aveva designato a capo di Telecom a fine 2007, era diventato evidente da mesi, da quando cioè Bernabè aveva cercato di trovare un’alternativa a un assetto azionariato penalizzante per l’azienda”.

Bernabé, nel comunicare al Consiglio le sue dimissioni, ha detto:

1. “per affrontare le sfide imposte da un settore in piena trasformazione, [bisogna] dotare Telecom delle risorse adeguate a sostenere investimenti con ritorni di lungo periodo”,

mentre Telco, secondo Bernabé, non è “ottimale per le prospettive di Telecom”.

2. Telecom è gravata da un indebitamento eccessivo […]  che non è il risultato di una politica espansiva, ma eredità dei passaggi di controllo e che ha imposto una gestione improntata all’austerity, con tagli di costi e investimenti.

3. bisogna che gli azionisti sostengano “materialmente un progetto di rilancio, oppure individuare un investitore strategico interessato a condividerlo”.

Riferisce Antonella Olivieri:

“La prospettiva di un’integrazione con Telefonica sarebbe stata ben accetta se fosse stata prospettata nel contesto di una strategia condivisa. Al contrario, il compromesso siglato in Telco comporterà inevitabilmente il ridimensionamento della presenza internazionale di Telecom, senza certezze sul punto di approdo”.

La performance di Borsa di Telecom, giudicata insoddisfacente dagli azionisti principali, è un’altra delle cause del dissidio fra Bernabé e i grandi soci di Telecom, su cui elabora Laura Galvagni.

“Le ragioni sono tutte da ricercare nell’ultimo scontro, rivelatosi fatale, con gli azionisti Telco, il veicolo che controlla il 22,4% del gruppo telefonico. Da tempo, ormai, manager e socio forte parlavano una lingua completamente diversa”.

Gli azionisti non facevano mistero della loro

“insoddisfazione di fronte a un titolo in costante discesa: Telco è entrata nel capitale che le azioni valevano attorno a 2,3 euro mentre oggi viaggiano tra 0,5 e 0,6 euro, con dividendi in diminuzione e un debito da dover fronteggiare. Bernabè era impegnato a ridurre la forte esposizione del gruppo telefonico e al contempo era proteso a cercare le risorse necessarie a finanziare il rilancio strategico della compagnia”, denari che, Bernabé ne era convinto, potevano arrivare solo da un aumento di capitale. Ma di ricapitalizzazioni il socio Telco non ha mai voluto sentir parlare: non si riteneva stringente la necessità di iniettare mezzi freschi nella compagnia”.

Ma la Borsa è un altro film e vive di risultati virtuali ma attesi e scontati:

“Così tutti i tentativi di Bernabè di portare un nuovo partner industriale, da Naguib Sawiris fino a China Telecom, sono stati respinti. Il divorzio era dunque solo questione di tempo. Anche perché quei risultati che invece Telco voleva, sul fronte operativo, tardavano ad arrivare. Al di là dell’andamento deludente del titolo, il calo della redditività ha messo a dura prova l’equilibrio finanziario della cassaforte partecipata da Telefonica, Generali, Mediobanca e Intesa Sanpaolo, esposta per ben 2,8 miliardi. Basti pensare che nel 2008 il veicolo riuscì a mettere in portafoglio un dividendo Telecom, a valere sul bilancio 2007, di 8 centesimi ad azione mentre quest’anno la cedola è stata di 2 centesimi a titolo, un quarto rispetto a sei anni fa. E per distribuirla, tra l’altro, si è dovuto attingere alle riserve, con l’esito che il patrimonio è passato dai 27 miliardi del 2007 agli attuali 23 miliardi”.

Secondo Laura Galvagni, Bernabè

“non poteva fare altrimenti. Tra il 2011 e il primo semestre 2013 Telecom ha dovuto svalutare pesantemente gli avviamenti (14 miliardi in tutto) una manovra che ha spinto in rosso i conti degli ultimi due esercizi. Senza quella mossa, almeno sul piano operativo, i risultati di Telecom avrebbero retto. Grazie anche del fatto che l’epoca Bernabè ha portato a un taglio del debito di quasi 8 miliardi. E questo senza aver fatto ricorso a cessioni (il miliardo incassato è stato di fatto reinvestito in Sud America) ma solo grazie all’efficientamento dei costi, più o meno 5 miliardi. Questo ha spinto il debito netto da 35,7 miliardi a 28,2 miliardi a fine 2012 (28,8 miliardi nel semestre), nonostante 25 miliardi di investimenti. Certo, i ricavi di Telecom sono scesi, da 31,2 miliardi a 28,5 miliardi, e l’ebitda di Telecom del 2012 è esattamente pari a quello del 2007 ma visto il tasso di concorrenza del settore è difficile dimostrare che si sarebbe potuto fare meglio. Considerato che, in ogni caso, la marginalità di Telecom seppure lontana dal 50% di dieci anni fa viaggia comunque attorno al 40% contro il 34% di Telefonica. Tutto ciò non è bastato ai soci Telco, poiché serviva appena a poter onorare con serenità il debito della cassaforte”.

Antonella Olivieri, in un distinto articolo, scrive che se i soci non vogliono mettere soldi in Telecom

“L’alternativa  è solo una: la rinuncia al Brasile che finora aveva controbilanciato con la crescita il rallentamento del mercato domestico. Le attività in sovrapposizione in Sudamerica sono oltretutto il principale ostacolo a una vera integrazione con Telefonica, che l’Antitrust brasiliana non a caso ha chiamato a rapporto. Dalla valorizzazione di Tim Brasil dipenderà la possibilità di sostenere con convinzione il piano di ammodernamento della rete fissa che l’Italia reclama”.

Ci vogliono tanti soldi per questo e

“per liberare Telecom dalla morsa soffocante di un debito minacciato dal declassamento a spazzatura e per compensare l’erosione degli attivi immateriali rappresentati dagli avviamenti creati dalle fusioni Olivetti-Telecom e Telecom-Tim. Cifre importanti, dell’ordine, rispettivamente, di 40 e 30 miliardi”.

Considerazione amara:

“La ricerca di alternative alla compagine formata da un operatore concorrente, Telefonica, e da soci finanziari, per natura a termine (Mediobanca, Generali, Intesa–Sanpaolo) si è naturalmente sempre arenata sullo scoglio di un consiglio per i quattro quinti espressione dell’azionista di maggioranza relativa. Negli ultimi tempi, da quando Telecom ha iniziato a mostrare, con l’evidenza dell’emorragia del cash-flow, tutti i limiti di una gestione comandata sul taglio dei costi, dietro le quinte si sono rimpalleggiate le responsabilità della situazione. Colpa di un azionariato inadeguato a sostenere il rilancio del gruppo o colpa del management che non ha saputo tener testa alla concorrenza?”

Difficile dare una risposta. Il fatto che abbia dovuto cedere Bernabé non è la prova del fuoco ma solo la conferma che alla fine, in Italia, vincono i padroni. A prescindere.