“La politica restrittiva aggrava la crisi”. Lettera aperta di cento economisti a Tremonti

Pubblicato il 16 Giugno 2010 10:50 | Ultimo aggiornamento: 16 Giugno 2010 10:52

Il ministro dell'Economia Giulio Tremonti

“La politica restrittiva aggrava la crisi, alimenta la speculazione e può condurre alla deflagrazione della zona euro. Serve una svolta di politica economica per scongiurare una caduta ulteriore dei redditi e dell’occupazione”. Il duro appello contro la manovra fiscale emanata dal governo arriva da cento economisti italiani, provenienti dalle migliori università ed enti nazionali ed esteri, che con una lettera aperta si schierano contro la politica economica adottata dall’esecutivo per far fronte alla crisi.

“La gravissima crisi economica globale, e la connessa crisi della zona euro, non si risolveranno attraverso tagli ai salari, alle pensioni, allo Stato sociale, all’istruzione, alla ricerca, alla cultura e ai servizi pubblici essenziali, né attraverso un aumento diretto o indiretto dei carichi fiscali sul lavoro e sulle fasce sociali più deboli”. La ‘lettera degli economisti’ mette nero su bianco tutto il dissenso verso quelle “politiche di sacrifici” che possono accentuare “ulteriormente il profilo della crisi, determinando una maggior velocità di crescita della disoccupazione, delle insolvenze e della mortalità delle imprese” e, addirittura, “costringere alcuni Paesi membri a uscire dalla Unione monetaria europea”.

Promossa da Bruno Bosco (Università di Milano Bicocca), Emiliano Brancaccio (Università del Sannio), Roberto Ciccone (Università Roma Tre), Riccardo Realfonzo (Università del Sannio), Antonella Stirati (Università Roma Tre), la ‘lettera degli economisti’ parte da un presupposto concreto: la crisi mondiale esplosa nel 2007-2008 è stata provocata principalmente da un allargamento del divario mondiale tra una crescente produttività del lavoro e una stagnante o addirittura declinante capacità di consumo dei lavoratori. Se per lungo tempo questo divario è stato compensato da una eccezionale crescita speculativa dei valori finanziari e dell’indebitamento privato ora siamo di fronte ad una drammatica situazione: un sistema economico mondiale senza una fonte primaria di domanda.

La riposta dei governi e della BCE (Banca centrale europea) risulta, secondo i cento economisti, inadeguata. “Gli errori commessi sono indubbiamente ascrivibili alle ricette liberiste e recessive suggerite da economisti legati a schemi di analisi in voga in anni passati, ma che non sembrano affatto in grado di cogliere gli aspetti salienti del funzionamento del capitalismo contemporaneo”.

“Prima che sia troppo tardi”, scrivono gli economisti, è necessario che “l’Europa intraprenda un autonomo sentiero di sviluppo delle forze produttive, di crescita del benessere, di salvaguardia dell’ambiente e del territorio, di equità sociale”. Questo si può ottenere grazie a manovre di espansione della domanda, un sistema di fiscalità progressiva coordinato a livello europeo e alla predisposizione di un piano di sviluppo finalizzato alla piena occupazione e al riequilibrio territoriale non solo delle capacità di spesa, ma anche delle capacità produttive in Europa.

“La verità è che – sottolineano gli economisti – è in atto il più violento e decisivo attacco all’Europa come soggetto politico e agli ultimi bastioni dello Stato sociale in Europa. Ora più che mai, dunque, l’europeismo per sopravvivere e rilanciarsi dovrebbe caricarsi di senso, di concrete opportunità di sviluppo coordinato, economico, sociale e civile”.

Per questo, concludono i cento studiosi, “occorre immediatamente aprire un ampio e franco dibattito sulle motivazioni e sulle responsabilità dei gravissimi errori di politica economica che si stanno compiendo, sui conseguenti rischi di un aggravamento della crisi e di una deflagrazione della zona euro e sulla urgenza di una svolta di politica economica europea”.