Tremonti pensa a un ingresso della Cdp al 10% nel board Parmalat

Pubblicato il 28 Aprile 2011 12:45 | Ultimo aggiornamento: 28 Aprile 2011 13:19

MILANO – Mentre Lactalis marcia verso la conquista di Parmalat, Tremonti, attraverso la Cassa Depositi e Prestiti valuta un proprio intervento diretto sul capitale del gruppo di Collecchio acquistando una quota di minoranza. La controffensiva nazionale, dopo la ritirata degli imprenditori, poggia tutta sullo Stato. Illuminante il giudizio del Responsabile Pionati: ”La Marcegaglia loda sempre questa classe di imprenditori italiani: io ora la vorrei vedere questa classe di imprenditori”. Il leghista Garavaglia approva l’iniziativa di Tremonti, ma non nasconde le perplessità: ”E’ paradossale che tocchi alla Lega il ruolo di difesa dell’interesse nazionale”. E se lo dice lui…

L’ipotesi di Tremonti è quella di sbloccare circa 500 milioni per entrare con un 10% nella Parmalat post-opa. Non molto, sufficiente però per assicurare due posti nel consiglio di amministrazione controllato dai francesi, o al limite un solo ingresso nel board ma con diritto di veto. Una strategia distensiva di cui occorre limare gli aspetti tecnici ma che sostanzialmente deve compiacere le intese al più alto livello raggiunte da Berlusconi e Sarkozy.

All’indomani dall’annuncio-blitz che ha spiazzato anche i vertici della politica italiana e francese, il gruppo transalpino procede dritto verso la meta e conta di depositare in Consob tutta la documentazione necessaria per il lancio dell’offerta (2,6 euro per azione) a stretto giro. Si parla addirittura di venerdì prossimo, ma potrebbe servire qualche giorno in più per la presentazione del filing necessario per l’acquisto del controllo di Parmalat (in Borsa -0,39% a 2,55 euro). Del resto il Tuf mette a disposizione venti giorni per la stesura del tutto. Dopodiché la parola passa alla Consob che dovrà esprimersi entro quindici giorni. Salvo intoppi quindi l’offerta potrebbe partire a metà maggio, in modo da chiudersi in tempo per l’assemblea di giugno (il 25 in prima convocazione), chiamata a rinnovare il consiglio d’amministrazione e sancire quindi la fine della gestione targata Enrico Bondi e l’inizio di quella francese.

Più da vicino, è stato spiegato, il prospetto conterrà una serie d’informazioni aggiuntive – sollecitate proprio dalla Commissione guidata da Giuseppe Vegas – come i risultati di bilancio (Lactalis non è quotata e quindi non è tenuta a diffondere i risultati al mercato), le caratteristiche del finanziamento bancario da 3,4 miliardi garantito dalle banche francesi (Credit Agricole, Societé Generale e Natixis) e da Hsbc, i criteri usati per determinare il prezzo offerto e l’intenzione o meno di procedere in futuro a una fusione.

Ma a tenere banco oggi sono stati i commenti arrivati dalla comunità finanziaria sull’Opa targata Francia. In primis, l’ex ad di UniCredit Alessandro Profumo secondo il quale Bondi avrebbe dovuto ricorrere alla maxi-cassa di Parmalat da 1,4 miliardi di euro per mettere in salvo Collecchio da eventuali scalate: ”Il capo azienda – ha detto il banchiere – in queste situazioni deve utilizzare la cassa: certamente era merito suo se c’era la cassa, ma nessuno può dire oggi che è colpa di qualcun altro se non è stata utilizzata”. Sul tema si e’ espresso anche l’amministratore delegato della Borsa Italiana, Raffaele Jerusalmi: ”E’ un’operazione di mercato, legittima, come ce ne sono tante – ha detto -: saranno i consigli di amministrazione a fare le valutazioni del caso”. Al tempo stesso sono arrivati poi commenti dalle associazioni di categoria, dalla Coldiretti alla Confagri, che puntano su temi come l’italianità del latte e sul futuro piano industriale del gruppo.