Usa. Tasse ai ricchi al 39,6%. Quanto ricchi? Obama, 400mila $. Destra, 1 mln

di Warsamè Dini Casali
Pubblicato il 19 Dicembre 2012 12:48 | Ultimo aggiornamento: 19 Dicembre 2012 13:18
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Usa, tasse ai ricchi aumentano. Quanto ricchi? Obama dice 400 mila $ l’anno, i repubblicani 1 milione

WASHINGTON – Usa, tasse ai ricchi e fiscal cliff. Obama: “Alzeremo le tasse ai ricchi oltre i 250 mila dollari”. I repubblicani: “Mai, un aumento lo accettiamo solo oltre un milione di dollari”. 400 mila dollari l’anno e non se ne parli più (almeno fino alla prossima finanziaria del prossimo natale): troppo per i repubblicani, troppo poco per i democratici ma, stando a tutti gli analisti politici (dal Financial Times a Politico.com) è quella la soglia (suscettibile di arrivare a 500 mila) che servirà anche a indicare quando un certo reddito ti qualifica come “ricco”.

Obama stangherà i ricchi, ma non come avrebbe voluto. I repubblicani hanno lottato fino all’ultimo bloccando il Parlamento, gridando all’uomo nero e pure socialista, ma alla fine concederanno l’aborrito aumento delle tasse. L’accordo, nonostante lo sbattimento delle ali estreme dei due partiti si sia fatto ancor più frenetico, è praticamente fatto. Anche perché trattative e intesa ormai quasi certa, sono avvenute sull’orlo del burrone fiscale: è la paura del fiscal cliff che, lontano dalle retoriche ufficiali, consentirà il compromesso tra due ideologie opposte. E’ l’ansia di sfuggire a un vero e proprio “sequestro” della politica economica che i due rivali sbloccheranno le nuove misure fiscali.

Pragmatismo Usa resuscitato inextremis, quindi. Esattamente come pragmatico e calzante è il termine “sequestration” che designa la tagliola automatica di 600 miliardi di dollari, per non precipitare appunto nel fiscal cliff, in caso di mancato accordo alla fine del 2012, che scatterà con l’aumento delle tasse e tagli alla spesa pubblica. La riduzione del debito monstre è una priorità ineludibile, per evitare sequestri e tagli lineari: paghino dunque i ricchi miracolati da Bush figlio, i beneficiari del complesso di deduzioni/detrazioni per cui alla fine la segretaria dell’uomo più ricco del mondo paga un’aliquota sulle tasse più alta del suo datore di lavoro (una battuta del capitalista illuminato Warren Buffett).

In effetti, il regalo di Bush permetteva, attraverso grandi detrazioni fiscali sui dividendi azionari, di abbassare la soglia dell’Amt (Alternative minimum tax), un sistema che assicura un livello minimo di tassazione onde evitare che incentivi fiscali e deduzioni si mangino tutta la base imponibile. Certo è che, con la nuova piattaforma di intesa, chi guadagna fino a 250 mila dollari, oppure fino a 400 o 500(vedremo), resterebbe al punto di prima, con tutti i benefici concessi da Bush figlio. Dal punto di vista dei ricchi, l’America è ancora un paradiso, considerando gli standard europei, dove il 39,6% promesso ai ricchi sarebbe pericolosamente vicino al 38% con cui in Italia l’Irpef grava sui contribuenti fino 55 mila euro sulla parte eccedente i 28 mila.

Ricchi quanto?  Nonostante lo speaker del G.O.P. (i repubblicani) John Boenher abbia depositato un piano B alternativo a quello del presidente, la mossa è considerata unanimemente solo un estremo tentativo di forzare la mano prima di capitolare. In ogni caso c’è la disponibilità (finora, anche per la concomitanza del voto la chiusura era totale e appunto ideologica, da crociata) ad aumentare le tasse dal 35% al 39,6% per chi guadagna più di 1 milione di dollari l’anno. Obama, che aveva promesso 250 mila dollari, aveva alzato l’asticella a 400 mila dollari. Il compromesso finale potrebbe essere raggiunto a quota 500 mila dollari. 

Tagli alla spesa pubblica. Presentato sui media di tutto il mondo (la rivolta dei Paperoni alla Gerard Depardieu o Bernard Pinault che fuggono dalla Francia che punisce i facoltosi) come lo scontro ideologico interclassista fra destra e sinistra, il dibattito sulle tasse dei ricchi rischia di oscurare il prezzo pagato nel suo complesso dalla società americana per rientrare almeno un po’ dalla sua enorme esposizione debitoria. Parliamo dei tagli alla spesa sociale, ai programmi del welfare, alla mancata indicizzazione dei salari minimi e delle pensioni al livello di inflazione, all’aumento delle soglie di reddito per accedere ai servizi gratuiti, alla minore dotazione per il Medicare ecc..

Lo scambio Obama-Boehner si fonda su questo equilibrio, per ogni dollaro intascato come entrata, un dollaro in meno di spesa: un trilione e 200 miliardi di dollari di maggior gettito fiscale in 10 anni, contro tagli per una somma equivalente spalmati sullo stesso arco temporale. 400 miliardi di risparmi verrebbero solo da una revisione dei programmi di assistenza sanitaria. 100 dai tagli alla Difesa (ma molto meno dei 55 all’anno della “sequestration”). Per finire, a parte la sorte dei ricchi, l’accordo in questione non riguarda solo la politica economica degli Stati Uniti: senza, l’America precipiterebbe automaticamente nella spirale della recessione, con le conseguenze prevedibili per l’economia mondiale. E, nel nostro piccolo, se vogliamo aspirare anche a un solo punto di crescita, la locomotiva americana non può rimanere “sequestrata”.