Usa: tre posti vacanti nel board della Fed, scelte difficili per Obama

Pubblicato il 9 Marzo 2010 14:47 | Ultimo aggiornamento: 9 Marzo 2010 14:47

Scegliere amici dell’alta finanza o arcigni guardiani di Wall Street? Al momento ci sono tre sedie vuote fra i sette membri del Board della Federal reserve americana, che insieme a cinque governatori regionali rotanti formano l’Open market committee e decidono la politica monetaria di Washington.

Le scelte del presidente Barack Obama potranno confermare o smentire le critiche di chi dall’ala progressista del partito democratico vede in Obama un deludente amico di una Wall Street che andrebbe rintuzzata, regolata e non, invece, accontentata. Come è stato fatto da Obama con la nomina a dicembre di Daniel K. Tarullo, un altro veterano di quell’Amministrazione Clinton che domina il personale dell’Amministrazione Obama. E con la riconferma di Ben Bernanke, erede di Alan Greenspan e chiaramente nei mesi scorsi il candidato di Wall Street.

Due delle sedie vuote sono quelle lasciate da alcuni mesi da Randall Kroszen e da Frederck Mishkin. La terza poltrona che si libera è quella del vicepresidente neodimissionario Donald Kohn, 67 anni, un’istituzione alla Fed, braccio destro prima di Greenspan e poi di Ben Bernanke, entrato come economista 40 anni fa e promosso, dall’interno, nel Board e poi alla vicepresidenza. Kohn è stato molto attivo e utile nella fase dell’emergenza finanziaria, negli ultimi due anni. Così come prima, in una precedente incarnazione, era stato campione dell’ortodossia dei mercati e della deregulation.

Fu Kohn, assieme a Lawrence Summers, oggi stratega economico di Obama alla Casa Bianca, a rintuzzare all’annuale convegno di Jackson Hole nel 2005 l’economista di Chicago Raghuram Rajan, che criticava lo spazio eccessivo lasciato ai derivati e prevedeva un momento – arriverà nel 2007-2008 – in cui le banche non si fideranno l’una dell’altra, non sapendo quanta spazzatura potrebbe avere sui libri contabili la controparte.

Un’interpretazione sbagliata, dissero Summers e Kohn. E in contrasto, aggiungeva quest’ultimo, “con la tradizione di superiore politica della persona la cui era stiamo discutendo in questo convegno”. Cioè Greenspan, celebrato quell’anno a Jackson Hole.

Con l’uscita di Kohn se ne va quindi un pilastro della vecchia Fed uscita malconcia dalla crisi finanziaria e dove, dalla periferia, si fanno sentire chiarissime voci critiche. Tom Hoenig, 63 anni, presidente della Fed di Kansas City, Missouri, dice da tempo che occorre una nuova disciplina del credito, bisogna avere banche più piccole che possano se necessario fallire, e che ripercorrere come sta avvenendo con eccessi di speculazione le strade che portarono alla crisi è inaccettabile.

Richard Fisher, 60 anni, presidente della Fed di Dallas, è sulla stessa lunghezza d’onda e ha ricordato ancora nei giorni scorsi che se una banca è considerata too big to fail (la normativa in preparazione a Washington ne prevede una dozzina) vuol dire che occorre incominciare a portarla a dimensioni più gestibili. E non garantirle comunque protezione.

Sono posizioni contro cui Wall Street si batte senza esclusione di colpi. E su cui la Fed ha notevole potere, ora che superato con il sì del Senato alla riconferma di Bernanke il momento di maggior debolezza e cerca di riaffermare il proprio ruolo di supervisore. Per quasi 25 anni, dall’uscita di Paul Volcker nel 1987 in poi, la Fed è stata a fianco di Wall Street e un motore della deregulation.

Obama tuttavia non ha spazi facili di manovra per accontentare Wall Street e assicurarle un Board a tutta prova alla Fed. Se la destra lo accusa di “socialismo”, l’ala progressista dei democratici lo accusa sempre più duramente di essere troppo sensibile ai desiderata dell’alta finanza. “Troppo timido nei confronti dell’industria finanziaria che ha sostenuto la sua campagna elettorale – ha scritto domenica in un’analisi al vetriolo l’ultraliberal Frank Rich del New York Times, – e troppo timoroso di sembrare un volgare partigiano del populismo”.