Web tax, chiamatela Google tax: la difesa di Giovanni Valentini

di Redazione Blitz
Pubblicato il 17 dicembre 2013 14:21 | Ultimo aggiornamento: 17 dicembre 2013 14:21
Web tax, chiamatela Google tax: la difesa di Giovanni Valentini

Web tax, chiamatela Google tax: la difesa di Giovanni Valentini

ROMA – Web tax, chiamatela Google tax: la difesa di Giovanni Valentini. La web tax, introdotta in fretta e furia nella Legge di Stabilità e prontamente ripudiata dal segretario dello stesso partito che ne rivendica la paternità, è un classico problema di giustezza dei fini e appropriatezza dei mezzi, la cui mancanza rischia di vanificare i risultati. Giovanni Valentini, acuto osservatore per Repubblica di nuovi media, difende a spada tratta la giustezza dei fini, non a caso privilegiando la denominazione Google tax, per rendere evidente e condivisa la necessità di porre un argine a un fenomeno conclamato di elusione fiscale per cui “i ricavi si contano in miliardi di euro e invece le imposte in pochi milioni” e che riguarda tutti i colossi del web come Facebook, Apple e Amazon.

Non che Valentini non si renda conto del contesto, quello di un Paese afflitto da una pressione fiscale al limite della rapina legalizzata e per cui anche il solo accenno a una nuova tassa provoca uno “schock anafilattico”. Preoccupazione condivisa da Matteo Renzi che infatti, fedele al suo stile, ha liquidato la faccenda con una battuta (“siamo passati dalla nuvola digitale alla nuvola nera di Fantozzi”), intendendo la velleità di un tentativo solitario dell’Italia non concordato almeno con i grandi Paesi dell’Europa. Per Valentini anche questa obiezione di fondo non è del tutto vera:

Nel provvedimento contestato, analogo a proposte già presentate in altri Paesi europei, si prevede perciò l’obbligo di acquistare beni e servizi online soltanto da soggetti titolari di partita Iva italiana. Trattandosi di operazioni che si realizzano con la “moneta elettronica”, è possibile individuare con certezza il beneficiario effettivo del pagamento ed esigere di conseguenza il versamento corrispettivo delle tasse. Non c’è alcuna ragione, del resto, per cui l’esercente di un negozio fisico sul territorio italiano ne debba pagare più di chi gestisce un negozio virtuale attraverso un sito con sede legale all’estero: per esempio, in Irlanda o in Lussemburgo, dove l’imposizione è largamente inferiore. (Giovanni Valentini, La Repubblica)

La denuncia del “dumping tecnologico” realizzato dalle multinazionali del web è doverosa secondo Valentini perché dannoso per il commercio, la produzione e l’occupazione in Italia. A maggior ragione se so considera la peculiare situazione italiana nel campo della pubblicità, dove la concentrazione televisiva è già responsabile del depauperamento della stampa e dei nuovi mezzi di comunicazione. Quella della Google tax è una battaglia giusta, avverte Valentini, non ci sono ragioni di opportunità e realismo politico che tengano:

Nessun Trattato europeo o accordo sul commercio internazionale può trasformare dunque l’Italia in un paradiso fiscale per i “signori del web”. La libera circolazione di merci, servizi, persone e capitali, garantita all’interno dell’Unione, non contempla e non autorizza il “contrabbando virtuale” dell’e-commerce a danno degli operatori nazionali. Se è vero che il cyber-spazio non ha confini, ciò non implica tuttavia un regime di extra-territorialità tale da consentire l’evasione generalizzata. Una Rete senza regole, giuridiche o economiche, è destinata prima o poi a degenerare nell’anarchia. (Giovanni Valentini, La Repubblica)