Ilva: forse la chiudono davvero. Gas e petrolio: altri 15 miliardi buttati

Pubblicato il 30 luglio 2012 15:43 | Ultimo aggiornamento: 30 luglio 2012 15:44
La mappa del Sole 24 Ore

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ROMA – Il Prodotto interno lordo italiano non si ferma solo con la chiusura delle acciaierie Ilva di Taranto: c’è un punto di Pil che dorme sotto il mare con il gas e il petrolio che non viene estratto per la troppa burocrazia e i troppi no che fermano le trivelle. Un punto di Pil: il dato viene dagli studi degli analisti di Assomineraria, l’associazione degli operatori del settore largamente citata in un articolo di Federico Rendina per il Sole 24 Ore.

Un punto di Pil, sempre secondo Assomineraria, significa che se venissero sbloccati tutti i progetti in stand-by, si creerebbero 34 mila posti di lavoro, che porterebbero maggiori entrate fiscali fra gli 800 milioni e il miliardo di euro, con royalties per oltre 250 milioni di euro l’anno, e una ricaduta positiva sulla ricerca nel settore (idrocarburi, attrezzature, metodologie) per 300 milioni di euro. Per chiudere con un taglio ipotizzabile di 6 miliardi, ovvero del 10% sulla bolletta energetica, che ora pesa per 60 miliardi di euro l’anno sul sistema Italia.

Gli studi di Assomineraria ricordano come 32 anni fa, nel 1980, la metà dell’approvvigionamento di gas era coperta dalle estrazioni in Italia. Ora importiamo il 90% del petrolio e del gas che ci serve. Del resto, allora si tiravano su 20 miliardi di metri cubi di gas. Oggi solo 8 miliardi. Gli stessi studi dicono che sottoterra e sotto il mare ci aspettano, già individuati, 250 miliardi di metri cubi di gas e 2,5 miliardi di barili di petrolio. Sono sotto il suolo di Lombardia, Emilia Romagna e Basilicata. E nei fondali dell’Alto Adriatico (dalle coste venete a quelle abruzzesi), al largo delle coste pugliesi, nello Ionio lucano e calabrese, nel mare di Sicilia e nel mare di Sardegna.

Tutta colpa della “marea nera che nel aprile del 2010 ha devastato il Golfo del Messico. Colpa della Deepwater Horizon, piattaforma petrolifera della British Petroleum che si inabissò, provocando un maxi sversamento di petrolio che annerì le acque di Louisiana, Mississippi, Alabama e Florida: il più grave disastro ambientale della storia americana.

Quella disgrazia portò l’allora ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo (governo Berlusconi) al varo di una legge molto severa, che spostava il divieto di esplorazione e estrazione in mare da 5 miglia a 12 miglia dalle costa. In pratica in Italia nessuna piattaforma può essere tirata su in una fascia di 20 km di distanza dalle spiagge e dagli scogli di tutto il litorale. Una norma che il presidente di Assomineraria Claudio Descalzi definisce – intervistato dal Sole 24 Ore – “francamente incomprensibile e unica al mondo”.

Sempre il giornale di Confindustria fa notare come in Basilicata la Total e la Shell abbiano dovuto ottenere 400 autorizzazioni per sfruttare 8 nuovi pozzi nella zona di Tempa Rossa.

Secondo Carlo Marroni del Sole 24 ore c’è stato un salto di qualità: si è passati dalla sindrome Nimby (Not In My Back Yard, non nel mio cortile) alla sindrome Banana (Built Absolutely Nothing Anywhere Near Anything, non fare assolutamente niente da nessuna parte vicino a nulla).

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